Politica

Napolitano: rendere onore ai magistrati

È indispensabile «parlare responsabilmente della magistratura e alla magistratura nella consapevolezza dell'onore che ad essa deve essere reso come premessa di ogni produttivo appello alla collaborazione necessaria per le riforme necessarie». Lo ha detto il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, nel discorso, più volte interrotto dagli applausi dei presenti, tenuto in occasione della giornata della Memoria per le vittime del terrorismo e delle stragi, dedicata in particolar modo ai magistrati caduti sotto i colpi del terrorismo. Il Capo dello Stato si è commosso nel parlare di queste vittime della follia terrorista, ricordando come i profili tracciati nel volume "Nel loro segno" dedicato dal Csm ai magistrati vittime del terrorismo e delle mafie, restino «più forti di qualsiasi dissennato manifesto venga affissa sui muri della Milano di Emilio Alessandrini e Guido Galli, e di qualsiasi polemica politica indiscriminata». Napoltano, anche in questo caso interrotto da un convinto applauso, ha voluto rivolgere «un riverente pensiero» ad Aldo Moro, ucciso 33 anni fa dalle Brigate Rosse, «sul cui dramma umano e sui cui tormentati pensieri viene ora gettata nuova luce grazie ad ulteriori ricerche e approfondimenti». Il terrorismo degli anni di Piombo è stato «una prova aspra e cruda superata dall'Italia unita», un'Italia uscita «rafforzata nella sua coscienza nazionale, nelle sue istituzioni repubblicane, nelle sue risorse morali, indispensabili per far fronte con successo alle nuove prove che ci attendono». Lo ha affermato il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, in occasione della giornata della Memoria dedicata ai servitori dello Stato e in particolare alle vittime di terrorismo e mafia. «La lezione - ha aggiunto il capo dello Stato - è chiara e ha segnato un passaggio decisivo nella nostra storia nazionale: abbiamo dimostrato di essere una democrazia capace di difendersi senza perdersi, capace di reagire ad attacchi e minacce gravi senza snaturarsi». «Va detto - ha proseguito Napolitano - di fronte ai possibili sviluppi del terrerismo internazionale, pur duramente colpito. E va detto come monito a chiunque può essere tentato di inoltrarsi sulla strada della violenza o, in qualsiasi modo, della sfida all'imperio della legge».   «La prova del lungo attacco terroristico con cui noi abbiamo dovuto fare i conti, specie negli anni della sua massima intensificazione, è stata - ha proseguito Napolitano - quanto mai pesante e insidiosa per la coesione sociale e nazionale e per le istituzioni democratiche nate sull'onda del movimento di Liberazione e ancorate ai principi della Costituzione repubblicana». Così il superamento di questa difficile prova resta «una pietra miliare nella storia dell'Italia unita». Di qui, «la nostra inestimabile gratitudine a quanti hanno pagato con la loro vita, e il riconoscimento che meritano tutti quanti hanno condotto quella battaglia sapendo di doverla e poterla vincere. Si è vinto grazie alla fibra morale, al senso del dovere, all'impegno nel lavoro e nella vita civile che hanno caratterizzato servitori dello Stato e cittadini di ogni professione e condizione». «Non c'è distinzione che possa suonare irrispettosa -ha sottolineato il capo dello Stato- nel nostro omaggio alla memoria degli uccisi e dei feriti dai terroristi: siamo egualmente vicini a tutti e alle famiglie di tutti, qualunque nel fosse la posizione sociale o ne fossero le idee, e qualunque fosse la matrice ideologica, di estrema sinistra, prevalentemente, o di estrema destra, come nel caso di Vittorio Occorsio, degli atti terroristici di cui rimasero vittime». Sul fronte della giustizia, ha detto il capo dello Stato, la battaglia è stata vinta «in nome e nel rispetto della Costituzione e dello Stato di diritto, retaggio prezioso e irrinunciabile della lotta antifascista e della Resistenza». Quanto alle misure emergenziali decise dal Parlamento negli anni di piombo, esse, ha sottolineato Napolitano furono «proporzionate al pericolo istituzionale esistente, non travolsero le garanzie fondamentali sancite dalla Costituzione, non implicarono una trasformazione del nostro Stato di diritto in Stato autoritario, essendo "ragionevolmente" come sancì la Consulta nel 1982, rivolte a proteggere l'ordine democratico e la sicurezza pubblica contro un pericolo estremo».

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