Il governo non può. Lui, evidentemente, sì. Lo scorso 12 gennaio, intervenendo ad una tavola rotonda a Montecitorio, Gianfranco Fini era stato più che chiaro: «Solo una visione mitologica della democrazia può indurre a ritenere che la funzione di governo si traduca automaticamente in un'agenda legislativa predefinita a senso unico». Tradotto dal politichese. l'esecutivo non detta l'agenda al Parlamento. E siccome il presidente della Camera non fa parte del governo, ieri ha ben pensato di intervenire per chiarire in che modo il Senato deve occuparsi del disegno di legge sulle intercettazioni. Una vera e propria invasione di campo che non ha fatto piacere al numero uno di Palazzo Madama Renato Schifani. Ma Gianfranco, si sa, è così. Un po' volubile. Un giorno veste i panni della terza carica dello Stato e lascia agli altri il compito di occuparsi della politica spicciola. Il giorno dopo si ricorda di essere il cofondatore del Pdl e parte all'attacco. Sulle intercettazioni è stato un po' l'uno e un po' l'altro. All'inizio è intervenuto da Santa Margherita Ligure con toni soft, quasi in punta di piedi: «Ho dubbi sul testo al Senato del ddl sulle intercettazioni. È opportuno che il Parlamento rifletta ancora». Esprimendo poi l'auspicio «che il dibattito affronti queste questioni che non sono state valutate bene specialmente dalla maggioranza. Se i deputati alla Camera lo riterranno necessario si potrà intervenire». Sia chiaro. Per Fini il ddl sulle intercettazioni è necessario perché «c'è stato un uso eccessivo di questo strumento», ma bisogna evitare «di usare la scimitarra, che va bene nei comizi, e si può usare il fioretto. Se si va a gamba tesa per colpire con l'obiettivo di intimidire non va bene». E forse non va bene neanche se si va a gamba tesa delegittimando il ruolo del Senato. Tanto che Schifani non si è fatto pregare e ha replicato: «Da quando sono presidente del Senato non mi sono mai occupato di dare valutazioni politiche nel merito di argomenti all'esame di questo ramo del Parlamento». «Il ruolo del presidente del Senato - ha proseguito - è quello di assicurare il rispetto delle regole e dei diritti di maggioranza e di opposizione: è un dovere di terzietà. Men che meno mi sono mai sognato di dare giudizi di merito su argomenti all'esame dell'altro ramo del Parlamento». Parole che hanno colpito Fini che, neanche fosse l'incredibile Hulk, si è subito trasformato nel cofondatore del Pdl. «Rispetto totale per l'autonomia del Senato - ha risposto -. Il presidente Schifani non può però fingere di non sapere che prima di presiedere la Camera ho contribuito a fondare il Pdl, di cui anch'egli è espressione. Sulle questioni relative alla legalità e all'Unità nazionale non ho intenzione di desistere dallo svolgere un ruolo politico». L'ultimo capitolo della saga è stata la controreplica di Schifani: «Da quando sono presidente del Senato mi sono sempre astenuto sui temi all'ordine del giorno in questo Parlamento. Mentre nei miei anni passati da capogruppo ho dato il massimo sfogo. Da presidente del Senato invece voglio garantire il ruolo di terzietà». Insomma, Fini e i finiani tornano a rompere le uova nel paniere dalla maggioranza. Tanto che chi ha avuto modo di parlargli racconta che Silvio Berlusconi non abbia affatto gradito questa ennesima intrusione del presidente della Camera che, ormai, agisce stabilmente da leader della minoranza interna al Pdl, incurante del suo ruolo di garanzia. Per capire l'indignazione del Cav basta leggere i commenti degli uomini a lui più vicini. «È utile e ragionevole che un presidente della Camera esprima giudizi su un provvedimento in discussione al Senato?» si chiede Sandro Bondi. Mentre Gaetano Quagliariello parla senza mezzi termini di «conflitto di interessi». E se Mario Valducci sottolinea che «l'Italia è quarant'anni che è in pausa di riflessione, Maurizio Gasparri invita Fini a leggersi le carte: «Al Senato abbiamo reso più severo il limite di 75 giorni alle intercettazioni». Plaude, invece, la democratica Anna Finocchiaro: «La maggioranza ha condotto su questo testo un balletto indecoroso che ha svilito il ruolo del Senato, è difficile dare torto a Fini». Nel frattempo, però, Schifani si prende la sua piccola rivincita e rinvia il testo in commissione dove «verranno approfonditi» gli 11 emendamenti di Pdl e Lega e gli oltre 50 sub-emendamenti dell'opposizione. L'Aula del Senato è stata riconvoncata per martedì prossimo alle 16.30. Sperando che quel pomeriggio Fini abbia voglia di fare il presidente della Camera e non il cofondatore del Pdl.
Fini torna a fare il "rompiscatole"

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