Politica

La pace obbligata con Fini

A sera i finiani frenano: «I nodi politici restano». Anche se è assai improbabile che sarà così. L’incontro tra Gianfranco Fini e Silvio Berlusconi non è stato un faccia a faccia qualunque. Anzi. È mattino quando Gianfranco Fini decide di cambiare programma. È atteso vicino Rovigo per un convegno. Decide di dirottarsi su Milano, ospedale San Raffaele. Va a trovare Silvio Berlusconi, l'amico Silvio. La prima immagine è quello che lo impressiona di più. Fini non si aspettava di trovare il Cavaliere così. Gonfio, choccato, giù di morale. Berlusconi lo accoglie con un «Gianfrancooo!» di sorpresa. Ma non è il solito Silvio. Ripete sempre le stessa frasi. Si danna l'anima: «Ma perché? Perché quest'odio? Perché ce l'hanno con me?». Ribadisce: «Andiamo avanti, andiamo avanti». Poi torna sull'accaduto: «Me l'aspettavo. Quando si incita all'odio è ovvio che poi qualcuno prende sul serio le parole e fa quello che ha fatto quest'uomo». Fini ascolta impietrito. Cerca di rincuorare l'amico innazitutto. «Silvio, riposati. Devi riposare andesso». Ma il premier è scosso. Il presidente della Camera prova a tirarlo su di morale: «Silvio, ora ci sono le elezioni. Dovrai tornare a girare l'Italia». Non è il solito Berlusconi. È un Berlusconi ancora piuttosto abbattuto, come sempre capita a chi è vittima di un'aggressione. Il giorno dopo è sempre quello più brutto. C'è anche chi fa a fatica a parlare. È un Berlusconi con il labbro bendato, ha perso molto sangue la sera prima. È senza trucco e sembra anche con più anni di quelli che dimostra. Si evita di parlare di politica. È un incontro personale. Tanto personale che ad un certo punto il presidente del Consiglio e il presidente della Camera rimangono da soli. Una ventina di minuti, non ci sono testimoni. Regna il massimo riserbo. E sebbene le rispettive fonti ufficiali declassino il faccia a faccia a un incontro privato e personale è ben difficile non rendersi conto che la sua sfera non può che essere politica. I segnali di riavvicinamento tra i due nelle ultime settimane, soprattutto negli ultimi giorni, erano stati chiari. Un finiano doc come Amedeo Laboccetta era andato a trovare il Cavaliere la settimana scorsa per cercare di spiegare le ragioni del presidente della Camera. Ma forse il passo più importante è stata la visita appena mercoledì scorso di Marcello Dell'Utri all'uomo che siede sullo scranno più alto di Montecitorio e gli ha portato un libro, «L'elogio di Nerone», di cui il senarore berlusconiano aveva scritto la prefazione. Un regalo non a caso visto che Nerone è stato l'imperatore nel cui periodo di regno non vi furono guerre. Un messaggio di pace. Non a caso mentre Fini varca l'ingresso del San Raffaele, proprio Laboccetta dirama una nota: «Non ci faremo trascinare nella spirale di una nuova guerra civile, scientificamente voluta e costruita in questi ultimi 18 mesi da Di Pietro, Travaglio, Grillo, Santoro e compagni, per far saltare il Governo Berlusconi che gli italiani hanno liberamente e democraticamente scelto». Quindi aggiunge: «La nostra maturità di oggi, il nostro senso di responsabilità, il nostro amore per la civiltà del dialogo, vorrei dire la nostra saggezza, fermeranno la spirale dell'odio. E gli alfieri di questa nobile battaglia, politica e morale, di pacificazione nazionale, dovranno essere, ancora una volta, soprattutto Silvio Berlusconi e Gianfranco Fini». Più tardi anche l'ultimo finiano che ancora non aveva speso una parola Berlusconi depone le armi. Spiega Fabio Granata: «Il presidente Berlusconi ha la solidarietà affettuosa di tutto il Pdl per il folle gesto subito. Alcuni commenti di esponenti dell'opposizione sono gravissimi e irresponsabili, poiché anche se il gesto di Milano è quello di un folle, nessuno può permettersi di parlare di istigazione senza determinare il rischio di emulazioni». Italo Bocchino, forse l'uomo più vicino a Berlusconi, prova a tirare le somme: «Quanto è accaduto a piazza Duomo è un fatto molto più grave rispetto alle conseguenze e dovrebbe indurre la politica tutta a cambiare atteggiamento per ritrovare quel confronto civile senza il quale si rischia il corto circuito», dichiara il vicepresidente dei deputati del Pdl in un comunicato. «Le parole di Di Pietro e Bindi sono inaccettabili in una democrazia come la nostra e questi atteggiamenti che si aggiungono al clima di odio che da mesi è stato alimentato dalla sinistra politica, giudiziaria e mediatica contro Berlusconi finiscono per armare la mano di squilibrati ed utili idioti», conclude.

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