allarmi ignorati

Islam radicale e guerra ibrida. I cavalli di Troia della sinistra

Tra le opposizioni qualcuno non vede, qualcun altro è complice altri ancora non vogliono investimenti in sicurezza e in difesa

La sinistra, da Elly Schlein a Giuseppe Conte fino a Nicola Fratoianni e Angelo Bonelli, per non parlare di Maurizio Landini, vero “burattinaio” del campo largo, praticamente ogni giorno attaccano il governo Meloni sostenendo che è folle continuare a spendere in armi, mentre dovrebbe concentrarsi su problemi più concreti, come il caro vita. Per i leader del campo largo in manovra la spesa militare è troppo alta. Hanno già garantito che se andranno al governo taglieranno queste voci di spesa.

Ciò che sta accadendo in questi giorni, con l’escalation della guerra ibrida (falsi allarmi sui voli di tutta Europa, attacchi hacker ai supermercati e dati sensibili dei vertici delle istituzioni diffusi sul darkweb) dimostra il contrario: investire nella difesa non significa solo comprare mezzi militari, ma anche irrobustire le infrastrutture strategiche per prevenire attacchi di questo tipo. Le parole del ministro Guido Crosetto sono emblematiche: «Da quattro anni parlo con preoccupazione di guerra ibrida. Oggi tutti sembrano scoprirla, insieme alle nostre vulnerabilità di fronte agli attacchi cyber». Ed è sempre su questa falsa riga che vanno lette le parole di Giorgia Meloni nel suo ultimo intervento in parlamento: «Ricordo che la maggiore flessibilità per difesa e sicurezza significa essenzialmente risorse aggiuntive rispetto a quelle consentite dai parametri europei. Non sono quindi soldi tolti alla sanità o alla scuola: se noi non li spendessimo per la difesa, non potremmo spenderli in altro. Chi racconta che più sicurezza significa meno ospedali o risorse mente sapendo di farlo».

Qui, allora, bisogna porre una domanda. Quando gli esponenti del campo largo denunciano la spesa eccessiva nel settore della Difesa, non percepiscono problemi reali sul campo semplicemente li sottovalutano?

Un altro rischio, per nulla percepito, anzi spesso cavalcato, è quello che riguarda l’Islam radicale. Esempio lampante è lo spettacolo a cui abbiamo assistito al momento della scarcerazione di Youssef Siher, il trentenne indagato con l’accusa di aver organizzato le piazze dopo il 17 ottobre scorso. Ferma restando la decisione del gip e la presunzione di innocenza di Siher, l’episodio riapre un enorme tema politico che la sinistra finge di non vedere. Se da un lato i leader del campo largo hanno condannato i disordini di Milano e Roma, dall’altro continuano a tacere sulla evidente saldatura ideologica tra le frange del mondo antagonista nostrano e le sigle ProPal più radicali, che si muovono ormai su canali di mobilitazione permanente.

Lo specchio di questa realtà arriva anche dall’altra sponda dell’Atlantico. Il neo senatore democratico del Michigan, Abdul El-Sayed, ha ringraziato la moglie musulmana per essere rimasta a casa ad accudire i figli e si è detto contrario alla messa al bando della sharia, la legge islamica. Eppure, invece di prenderne le distanze, la sinistra nostrana ha preferito ignorare le ambiguità ideologiche pur di celebrare il nuovo idolo d’oltreoceano. Elly Schlein lo ha lodato pubblicamente, concentrandosi solo sulla sua retorica economica: «È molto bella la sua frase per cui tra il potere dei soldi e il potere dei molti, hanno vinto i molti». Tutto il resto, evidentemente, per il campo largo non conta.

Riproduzione riservata

Commenti

I commenti non sono al momento disponibili e saranno ripristinati non appena possibile. Grazie per la pazienza.