Sareituttavia curioso di sapere di quale parte del discorso di Casini sia rimasto più compiaciuto l'altra sera il presidente della Camera. Di quella più direttamente polemica con l'intervento pronunciato poche ore prima da Berlusconi al congresso del Partito Popolare Europeo per denunciare il soverchiante peso assunto in Italia dal «partito dei giudici» e la natura prevalentemente politica della Corte Costituzionale? O di quella in cui Casini ha voluto difendere i magistrati anche dal sospetto, in verità non ribadito questa volta da Berlusconi, di avere «ucciso» la cosiddetta Prima Repubblica infierendo soprattutto sui partiti di governo nelle indagini del 1992 e anni successivi sul finanziamento irregolare dei partiti e sulla corruzione sistematicamente rimproverata dall'accusa, ma non sempre provata poi nei processi? Poiché a pensare male, come dice Giulio Andreotti, si fa peccato ma a volte s'indovina, vi confesso l'impressione che a piacere di più a Fini sia stata la seconda parte del discorso di Casini. Che è anche quella più sorprendente perché in qualche modo rovescia la storia del leader dell'Udc, proveniente dai settori più moderati della Dc, quelli non convinti ma convintissimi che i partiti di governo della Prima Repubblica furono uccisi col pugnale giudiziario, e non - come ha sostenuto l'altra sera Casini alla Camera - dalla «cieca difesa» che «la classe politica» fece allora delle proprie prerogative e nefandezze. È una difesa alla quale peraltro l'ex presidente della Camera ha mostrato di voler paragonare il quadrato fatto dall'attuale maggioranza nell'aula della Camera attorno al sottosegretario all'Economia Nicola Cosentino, difeso dalla richiesta d'arresto e da quella delle dimissioni, nonostante i mal di pancia di alcuni amici di Fini, per sospetta collusione con la camorra della sua terra d'origine, la tristemente nota Casal di Principe. Lo strappo di Casini consumatosi l'altra sera con la sua storia di militanza nella Dc e di stretta collaborazione con il penultimo segretario, Arnaldo Forlani, è stato pari all'avvicinamento, o addirittura al ricongiungimento con il Fini non di Alleanza Nazionale o co-fondatore del Popolo della Libertà, ma di 17 anni fa: il Fini cioè segretario del Movimento Sociale. I cui dirigenti e militanti si mescolavano nelle piazze con i comunisti e i leghisti per applaudire Antonio Di Pietro e dare del ladro, reclamando manette e gogna mediatica, a qualunque esponente degli allora partiti di governo raggiunto da un semplice avviso di garanzia, magari destinato a non tradursi poi neppure in un rinvio a giudizio. Francesco Damato
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