Tra anni, quando gli scienziati si troveranno a studiarla, probabilmente la battezzeranno come la «sindrome del Pd». Una sorta di virus incurabile che colpisce ogni esponente democratico che ha la sventura di sedersi sulla poltrona di segretario. È successo anche a Pier Luigi Bersani e in un tempo da record visto che l'ex ministro ha preso in mano le redini del partito da meno di un mese. Eppure è già in affanno. I problemi sono sempre i soliti. Il leader del Pd ha provato a riprendere il filo del dialogo con la maggioranza. Un'idea che, prima di lui, aveva già cavalcato Walter Veltroni (ma solo nel primo scorcio della sua «reggenza»). Anche Bersani, però, ha presto dovuto fare i conti con il fuoco amico di Antonio Di Pietro che, appena ha fiutato la preda, si è scagliato contro il neosegretario accusandolo di voler inciuciare con il «Cavaliere cattivo». Così Pier Luigi è finito del limbo del «ma anche» veltroniano. Dialogare, ma anche no. Andare in piazza, ma anche no. Attaccare Berlusconi, ma anche no. La colpa è di un altro «sintomo» della sindrome: l'incapacità di scegliersi i propri alleati. Anche qui Bersani sembrava intenzionato a virare verso una direzione diversa da chi lo aveva preceduto. Nei sogni del segretario c'era più Udc che Idv. Invece, nonostante i frequenti battibecchi, il Pd resta saldamente ancorato a Di Pietro, mentre l'Udc si allontana. E questo porta al terzo sintomo. Il segretario, nonostante i frequenti richiami all'unità, nonostante la moltiplicazione delle poltrone, resta schiavo delle correnti interne al partito. Non è un caso che, dopo i primi adempimenti formali (elezione del presidente, dei vicepresidenti e del tesoriere del partito), il tutto abbia subito una brusca frenata. Non è stata nominata la segreteria, mancano i responsabili dei dipartimenti e il «caminetto» dove dovrebbero trovare posto i big è ancora un pallido sogno all'orizzonte. Sconosciuti poi i nomi di coloro che affiancheranno Dario Franceschini e Anna Finocchiaro nella gestione dei gruppi di Camera e Senato. E non va sottovalutato che la presidente del senatori è stata riconfermata ma con 25 schede bianche su 112 votanti (veltroniani delusi? ex Ppi arrabbiati?). Insomma, come nel Gattopardo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa, anche nel Pd vale la regola aurea: «Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi!» Nic. Imb.
La sindrome del Pd colpisce pure Bersani
