Politica

La rivolta del popolo del Pd

In fila verso il voto della speranza. Borbottando. Lamentando due anni di tempo perso. Rivendicando antiche promesse.Con il desiderio sincero che qualcosa cambi davvero, da domani. Perché, dicono aspettando pazientemente il proprio turno davanti ai gazebo colorati di verde, bianco e rosso, «il Partito democratico non è un partito che comprende le esigenze della gente» o «che dà spazio ai giovani». La rivolta del popolo del Pd inizia di buon ora, alle sette del mattino. Dentro un circolo, o agli angoli delle strade di Roma. Finalmente parlano loro. Gli elettori. Quelli che dal 14 ottobre del 2007 sono sballottati da una segreteria all'altra, tra una polemica interna e uno scandalo privato. Per alcuni, come Marco Pellegrino, «è una fase di ricostruzione. I primi due anni sono stati solo una parentesi - dice il ragazzo mentre avanza verso il seggio - e il congresso oggi non è rifondativo ma letteralmente fondativo». Ciò che più dà fastidio a Marco, che vota a Monteverde, «è il fatto che dal 2006 i rappresentanti del Pd sono latitanti, nel senso che non stanno più sul territorio. Bisogna coinvolgere con maggior forza la base, e non solo quindici giorni prima del voto», dice ammettendo il dispiacere di non aver visto candidare una donna. Anche Oreste, quattro metri più avanti, parla di un «partito che ha necessità di ricostruirsi, perché finora è stato un casino. Certo, se dobbiamo guardare ai candidati non capisco bene quale possa essere il migliore. Dicono largo ai giovani, e poi? A me sembra di vedere sempre le stesse facce. Serve gente nuova, energie fresche». Anche Valentino Amico e Alessandro Tarallo sono in fila per «ricostruire il Pd». Chiedono una «voce unica, se no continuano a confonderci. Qual è la loro linea? Non riescono a costruire nulla». Confusi. Gli elettori del centrosinistra sembrano intravedere ancora nebbia lungo il percorso. Maurizio, un uomo sulla cinquantina, è appena entrato nel circolo Pd di Donna Olimpia: «Guardate, io voglio recriminare una cosa in particolare: in politica serve una voce unica, allora inizino a lavorare su questo. E poi cerchiamo di dare più spazio ai giovani», dice spiegando che l'unico candidato in grado di avvicinarsi alle sue esigenze è l'outsider Marino. Elisabetta R., insegnante quarantenne, riflette «sull'assenza di volti nuovi e s'infuria con il precedente governo di centrosinistra per non aver fatto la legge sul conflitto di interessi». L'elettore-tipo che si sveglia di domenica per votare alle primarie del Pd non sembra per nulla felice. Dal primo all'ultimo municipio della Capitale si lamenta. Magari mettendo la crocetta una volta su Bersani, un'altra su Franceschini, ma pur sempre insoddisfatto. Enzo Menichetti, che vota ai Colli Portuensi, chiede al partito di «arrivare al cuore della gente. Ci sono tante difficoltà alla base della società ed è bene che loro le comprendino. La casa, il lavoro, la famiglia, i giovani: devono occuparsi di questo. C'è bisogno di una profonda rigenerazione». È per questo che Francesco Pollina, in fila da qualche minuto avrebbe «preferito un under 40 vero alla segreteria. Certo è che non ci tiriamo indietro e scegliamo, ma smettetela - lamenta rivolgendosi ai candidati alla segreteria - con questi inutili litigi interni e fatevi portavoce della volontà popolare, pensate a stare con la gente. Questa lunga fila che sto facendo spero sia la prima pietra posata per la rifondazione del partito». A qualche chilometro di distanza, a piazza Fermi in zona Marconi, la signora Carla ribatte: «Certo che a furia di mettere tutte queste prime pietre ci scordiamo sempre quelle passate. Qua serve una mano nuova e nessuno dei tre candidati è idoneo. Sa cosa dico? Che sono costretta a tapparmi il naso e votare, ecco cosa devo fare». Accanto a lei Silvia, «disillusa dalle eccessive divisioni interne che hanno consegnato il Paese a Berlusconi». «Si devono rimboccare le maniche - dice Fulvio Buscagli - l'opposizione ha delle responsabilità politiche e il Pd ora non è un partito chiaro. Fa polemica con le escort e non guarda ai problemi reali del Paese. Insomma, è un'opposizione che gioca sporco». A via Oderisi da Gubbio, a un passo dal gazebo, Sergio Rosi chiede «maggiore unità, non lasciateci in balìa di linee diverse o resteremo sempre confusi». Ovunque le esigenze coincidono. Serve un partito meno vecchio, come spiega Alicia G. a Ostiense; più spazio ai giovani, è l'appello di Rosa Rinaldi a Marconi; un contatto reale con le persone, è la richiesta di Mauro S. a Garbatella. Tra le file degli elettori del centrosinistra si fanno poche, chiare e semplici richieste. Così semplici da creare una voragine tra l'elettorato e gli eletti. Forse è anche per questo che nella Capitale l'affluenza è in calo del 20 per cento, rispetto alle scorse primarie. Tanto più oggi che sono ancora una volta delusi dallo scandalo che ha travolto il presidente della Regione, Piero Marrazzo. L'accusa al Governatore è univoca: «Ha sbagliato a mentire». Oreste a viale dei Quattro Venti parla di una «vicenda triste. È un danno al partito, un favore al centrodestra. Un atto immorale da parte di chi fa moralismo». Valentino Amico e Alessandro Tarallo, mentre sono in fila, provano a sminuire: «Comunque non è destabilizzante per il partito». Ma davanti a loro origlia Giambattista Repetto che non può fare a meno di girarsi: «Ma che dite? Ha un effetto devastante. È un fatto gravissimo, la gente ora non ne vuole più sentir parlare di questo personaggio. Guardate, lasciate stare. Più ne parlo più monta rabbia e sconforto». Per qualcuno si tratta di un complotto. Per altri, come Maurizio, «è un fatto che colpisce tutto l'elettorato del centrosinistra. L'assoluta moralità è stata disillusa». «Va condannato dal punto di vista politico - dice Enzo Menichetti - non si può più dire che sia una persona sinonimo di garanzia». Rosa Rinaldi parla da donna: «Gli uomini sono inaffidabili». E da elettrice: «È una grande delusione». Il caso-Marrazzo sembra essere, in tutti i seggi, la sottile polemica di cui si mormora in rappresentanza di tante delusioni. Qualcuno preferisce non parlarne, molti sono arrabbiati. Sconfortati. E ripensando a quel 2005, quando hanno posto una croce sul suo nome, si avviano verso il separé del gazebo per scegliere il futuro del Pd. Nella speranza che, stavolta, qualcosa cambi davvero.

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