Una cosa è certa: chi dice che in Italia non c'è libertà di stampa i giornali non li legge. E non serve essere dei veterani di questa nobile arte per capire che la manifestazione di Piazza del Popolo a Roma è stata solo il pretesto per attaccare Silvio Berlusconi. D'altronde è risaputo. Il motto è sempre lo stesso: non perdere occasione per denigrare il premier. E non importa se ufficialmente si voleva difendere un diritto che i fatti dicono essere già abbondantemente tutelato, l'importante è far credere che in Italia è in pericolo la democrazia. Seminare terrore e aizzare la folla contro il governo. E i manifestanti che magari credevano di andare in piazza convinti di difendere la libertà di stampa, si mettano il cuore in pace. Hanno manifestato per un altro motivo e la conferma arriva proprio del direttore de l'Altro, Piero Sansonetti (nonché ex direttore di Liberazione) in un pezzo del primo ottobre intitolato «Vero, la libertà di stampa c'entra poco. È una piazza contro Berlusconi. Andiamoci» ha messo in chiaro le cose. Berlusconi lo aveva già detto. Era il 7 settembre quando definì «una barzelletta di questa minoranza comunista e cattocomunista, che detiene la proprietà del 90% dei giornali» l'attacco della sinistra spiegando che «loro intendono la libertà di stampa come libertà di mistificare, insultare e calunniare». E nonostante mercoledì scorso abbia sottolineato «che la manifestazione ci fa del male nei confronti degli altri Paesi» e abbia garantito che «in Italia c'è libertà di stampa più che in qualunque altro Paese», in Piazza del Popolo l' «anti-italianità» (così ha definito il premier l'atteggiamento di chi non pensa agli interessi del Paese) è andata in scena. Ma attaccare Berlusconi sulla stampa italiana è veramente così impossibile? A vedere i titoli di alcune testate giornalistiche si direbbe proprio di no. Il 12 settembre a pagina due di Liberazione, quotidiano di Rifondazione Comunista, scriveva: «Fine Berlusconi, l'unica assente è la democrazia», un pezzo in cui si prevedeva un «Cavaliere sempre più in declino e il rischio di soluzioni di puro potere». Ma se da un giornale comunista era pensabile un pezzo simile, di sicuro se Berlusconi esercitasse una sorta di soercizione sulla stampa di sicuro non avrebbe permesso che il 22 settembre il Corriere della sera dedicasse un pezzo a Massimo D'Alema che sosteneva: «Berlusconi? La prossima volta perderà le elezioni». Poi c'è anche La Stampa che il 26 settembre rincara la dose: «Il boss Mangano proteggeva Berlusconi». Così il nome del premier appare vicino a quello di un boss della malavita. Per non parlare de l'Unità e di la Repubblica, gli unici due quotidiani che sono stati querelati da Berlusconi per alcuni pezzi ritenuti infamanti. Il giornale di Concita de Gregorio il 27 settembre da spazio alla giornalista Barbara Spinelli che denuncia: «Berlusconi? Ci ha narcotizzati con un'ideologia simil-comunista. Denuncia i poteri forti ma in realtà attacca i contrappesi democratici». E, se l'Unità trasforma il premier in un comunista, la Repubblica si spinge oltre e lo paragona ad un "puttaniere" titolando il pezzo d'apertura del giornale: «la D'Addario: Berlusconi sapeva che ero una escort». E quanti altri se ne potrebbero citare, ma forse non sarebbero mai abbastanza per chi crede che in Italia, in fondo, non c'è libertà di stampa.
Libertà di "sparlare" del Cav

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