Ovvero, come passare dal regno d'Italia a quello dell'equilibrismo: un esercizio degno di un circo, come quello proposto negli spettacoli delle famiglie Orfei e Togni. Gli strascichi causati dal conflitto mondiale non avevano permesso di compiere altre scelte: la campagna elettorale datata 1948 dell'Italia repubblicana così vide contrapposti Alcide De Gasperi e Palmiro Togliatti, con un corredo di manifesti oggi presente nei libri di storia, per la creatività dei rispettivi uffici dedicati alla propaganda. Nel quartier generale della Spes i comunicatori della Democrazia Cristiana inventavano slogan come «Quante ragazze sono uscite sane dai balli comunistici?», dovuti all'abnegazione del veneziano Luigi Gedda. Il «microfono di Dio», ovvero padre Riccardo Lombardi, gesuita, permise di realizzare quella «mobilitazione generale dei cattolici» indispensabile per raggiungere il successo. Poi venne il 1953, e della riforma elettorale, denominata «legge truffa». L'ultimo governo De Gasperi cadde a seguito di questa novità, voluta con insistenza dal Partito Socialdemocratico: nel suo ultimo libro intitolato «1953. Fu legge truffa?», edito da Rizzoli, il senatore a vita ha voluto ricostruire le vicende legate a quella singolare stagione politica, troppo presto bollata dalla sinistra come il tentativo di imporre una nuova dittatura all'Italia. Su «Mondo Operaio» si arrivò addirittura a scrivere che gli esiti sarebbero stati simili a quelli provocati dalla legge Acerbo del 1923. Ma il consistente premio di maggioranza pari al 15% dei seggi della Camera non venne conquistato dalla Dc per soli 57mila voti. Da allora, nessuno si era più prodigato per modificare le leggi elettorali, fino allo scandalo di Tangentopoli: il sistema, «rimescolato» artificiosamente dall'inchiesta della Procura di Milano, credette di poter trovare il modo di resistere agli attacchi provenienti dal potere della magistratura. E la situazione torna incandescente nel 1993 con il «Mattarellum», ovvero il trionfo del sistema misto, maggioritario al 75% con una correzione proporzionale del 25%, e con il «Tatarellum», prevedendo per le regioni a statuto ordinario un meccanismo di premio di maggioranza in due tempi, tale che la maggioranza assoluta dei consiglieri spetta, in ogni caso, a quella coalizione collegata alla lista regionale che ha ottenuto la maggioranza relativa dei voti validi. Dove «Mattarellum» e «Tatarellum» sono le definizioni coniate dalla fertile fantasia del professor Giovanni Sartori, che per Sergio Mattarella e Giuseppe Tatarella non aveva mai esibito i sensi di una particolare stima, specie durante le cene allestite da Sandra Verusio. E lo stesso politologo, sul Corriere della Sera, ha sentenziato la sua avversione anche per il testo di Roberto Calderoli: «L'ultima malefatta di Berlusconi è stata il "porcellum", la legge elettorale varata sotto elezioni che il suo stesso estensore ha definito una "porcata". Tutti d'accordo, oggi, nel ripudiarla. Ma tutti in disaccordo, al solito, su come rifarla». Affermazioni che sembrano dettate più che altro dalla voglia di Sartori di vedere in Italia una sola legge elettorale, quella che lui stesso ha in mente. E pensare che Aldo Tortorella, una delle colonne del vecchio Pci, nel 2000 sottolineava che «la vicenda delle leggi elettorali italiane è diventata noiosa, ma non perciò meno istruttiva. Nel romanzo a puntate ora arriva un pieno mutamento di linea da parte dei partiti della coalizione oggi al governo, mutamento particolarmente rilevante per ciò che riguarda i democratici di sinistra. Naturalmente, coloro che contrastarono la scelta dell'uninominale maggioritario (e, in più, a turno unico) sin dal primo referendum possono nutrire qualche legittimo compiacimento nell'apprendere che, con acrobatica giravolta danzerina, il segretario dei Ds unitamente agli altri esponenti del centro-sinistra (e come prima aveva fatto D'Alema) ha in parte optato per l'aborrito sistem
La riforma del voto
Cinquant'anni per scegliere il «sistema» più sicuro. Per i partiti