Gianni Donno, professore ordinario di Storia contemporanea presso l'Università di Lecce e consulente storico delle commissioni parlamentari d'inchiesta sul terrorismo e le stragi e sul dossier Mitrokhin. Prof. Donno, Prodi e il centrosinistra sono in grado di superare questo primo gravissimo impasse legato al problema delle nostre missioni all'estero? «Nelle questioni internazionali la sinistra italiana sconta un ritardo culturale di oltre mezzo secolo, sia nell'analisi dei problemi che nelle risposte da dare ad essi. A ciò si aggiunge la mancanza di personaggi di spicco, esperti in politica internazionale. Retaggio, questo, di una visione di politica internazionale così a lungo subordinata alle strategie della potenza di riferimento, quale fu l'Unione Sovietica. Ed infatti l'esordio di D'Alema al ministero degli Esteri si è mosso fra ideologismo ("chiudete Guantanamo") e doroteismo verbale ("ritireremo le forze dall'Iraq entro l'autunno", ma l'autunno termina il 21 dicembre, e si giunge, in tal modo, alla data indicata da Berlusconi)». Nell'800 e nel secolo scorso in politica estera contava molto anche la personalità del ministro. È ancora così? «Nelle questioni internazionali un grande studioso, come Pierre Renouvin, parlò di "uomini e di forze profonde", sottolineando con ciò l'importanza anche delle capacità personali (in esse comprese quelle umane). In ciò la differenza fra Berlusconi e D'Alema (il giudizio infelice su Prodi è ormai acquisito all'interno della comunità europea) risulta abissale e semplicemente definibile: D'Alema è un arido; Berlusconi è un generoso. La politica spregiativamente definita della "pacca sulle spalle" da questo punto di vista è l'ennesima dimostrazione dell'incapacità della sinistra di comprendere l'importanza della dimensione umana, personale anche in politica estera». Quale linea deve assumere la Casa delle libertà? «La cantonata presa da D'Alema, che ha negato che il sequestro del soldato israeliano fosse opera di Hamas, è un esempio del modo ideologico con cui la sinistra guarda alle questioni internazionali. Per questo il voto della Casa delle Libertà ad una propria mozione di sostegno all'impegno afgano è indispensabile. Segna la differenza profonda rispetto al pasticcio ideologico e alle furberie lessicali, che si prospettano nella mozione del centro-sinistra». L'europeismo può dare una mano a Prodi e ai suoi? «La politica internazionale dell'Italia fu definita "dei giri di valzer" alla fine dell'Ottocento, e fu considerata ambigua nel quarantennio democristiano. Ve ne erano certo le ragioni: la debolezza del neo-nato Stato italiano nell'un caso e le difficoltà della posizione di "confine" fra i due blocchi, nell'altro. Dopo il 1989, in mancanza di una coerente politica da parte degli Stati dell'Europa unita, si richiedono collocazioni chiare, non ambigue. Berlusconi le assunse, indipendentemente dal giudizio che se ne può dare. D'Alema e Prodi, eredi della peggiore tradizione dorotea, si esibiscono in continui slalom nei percorsi della coalizione interna e nei rapporti col consesso internazionale. Gli slalom provocano ritardi e, molto spesso, cadute».
«Prodi e l'ideologismo
handicap per l'Italia»
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