Politica

Prodi prepara un governo con due premier

Il leader dell'Unione «costretto» ad inserire nel nuovo esecutivo il suo antico «nemico» D'Alema

È quello che, forse già domenica, vedrà Romano Prodi impegnato nel difficile compito di dar vita al nuovo esecutivo. Per la verità, prima dell'imprevista battaglia sul Quirinale, il totoministri sembrava già praticamente chiuso. Ma, ora che la Quercia sembra aver finalmente strappato la carica istituzionale che le era sfuggita, tutto potrebbe diventare oggetto di una nuova trattativa. Una cosa, però, è praticamente certa: il primo obiettivo di Romano Prodi sarà quello di ricompensare adeguatamente Massimo D'Alema. Tutti sono sicuri che, alla fine, il «leader Maximo» entrerà nel governo (forse come ministro degli Esteri, forse come vicepremier, forse con tutte e due le cariche) e altrettanti giurano che sarà a quel punto che, per il Professore, cominceranno i problemi. Voci di corridoio raccontano che, in queste settimane, Prodi abbia lavorato con un unico scopo: mandare D'Alema al Colle. Ma non certo per un debito di riconoscenza. Pochi giorni fa, un esponente diessino commentava: «Prodi ha iniziato a capire che è meglio per lui avere D'Alema al Quirinale. Se non c'è lui, a rischiare sono prima Fassino nel partito e poi il governo». E, ora che la partita per il Colle sembra volgere al termine, i nodi, c'è da scommetterci, arriveranno al pettine. Non è un segreto, infatti, che Prodi e D'Alema non si sono mai amati. Tutti ricordano gli scontri che li videro contrapposti ai tempi del primo governo del Professore. Era il 1996 e D'Alema era il segretario del Pds (anche se Berlusconi lo indicava già come il vero leader del centrosinistra). Silvio Sircana, a quei tempi ex portavoce di Prodi, raccontò in un'intervista a Panorama i momenti che precedettero la vittoria elettorale dell'Ulivo. Per Sircana, in un momento in cui il Professore sembrava in difficoltà, ci fu qualcuno che pensò ad un «cambio» con Dini. E, all'intervistatore che gli chiedeva i nomi, rispose: «Alcuni dei cespugli dell'Ulivo e poi nel Pds cominciò a prendere corpo una politica, come dire?, dei "due forni". Certo, D'Alema non ha mai abbandonato totalmente Prodi. Ma pensava a Dini come a una "riserva"». Segnali abbastanza evidenti di quello che sarebbe successo da lì a poco. Nel tempo, infatti, D'Alema divennne una vera spina nel fianco per il Professore che diceva: «Ho più confidenza con Blair che con lui». Fino al 1998 quando si consumò la rottura che portò alla caduta del governo. In cuor suo Prodi, nonostante i successivi chiarimenti, ha sempre pensato che fu proprio D'Alema, in tandem con Marini, ha tendergli la trappola fatale. Il primo, infatti, divenne subito Presidente del Consiglio. Il secondo, candidato al Colle, venne bruciato dall'accordo bipartisan che portò all'elezione di Carlo Azeglio Ciampi. Oggi, i due antichi «amici-nemici» si ritrovano fianco a fianco. E, dopo quanto accaduto nelle ultime settimane, c'è il rischio concreto che la storia si ripeta. Il D'Alema che sta per trattare il suo ingresso nel governo è politicamente fortissimo, viene da una duplice rinuncia istituzionale e ha già fatto sapere di non essere disposto a fare il «secondo di nessuno». Insomma, quello che ci attende, sembra essere un governo con due premier. Certo, i suoi giurano che «Baffino» non cercherà vendetta, ma sicuramente Prodi dovrà stare molto attento.

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