La sinistra a favore della disoccupazione? Cortei per sostenere i disoccupati contro i lavoratori? Scioperi indetti per tutelare il legittimo diritto alla disoccupazione? Fantasie, esagerazioni? Non proprio. E come si potrebbe interpretare diversamente la battaglia che la sinistra radicale ha deciso di ingaggiare per abolire la Legge Biagi? Una battaglia tutta ideologica, fatta contro i dati e le cifre che indicano in modo inequivocabile che il Paese ha invertito la tendenza. In questi cinque anni e con il contributo della legge Biagi sono stati creati nuovi posti di lavoro, la disoccupazione è stata tenuta sotto controllo ed è stato possibile creare un mercato del lavoro più flessibile. La legge ha permesso di creare nuove figure lavorative e di prevedere forme più agevolate di assunzione per i datori di lavoro. Ma non solo perché la riforma ha cercato finalmente di liberare un mercato del lavoro troppo chiuso da protezioni e tutele. Ed i dati confermano che la strada intrapresa è stata quella giusta. Appena ieri l'Istat ha confermato come la disoccupazione stia continuando a scendere. Ormai siamo al 7.7 per cento rispetto al 9.2 del 2001. Un risultato di grande rilievo soprattutto raffrontato all'Europa dove il dato è fermo al 9 per cento. Però a poco valgono i dati per chi continua ad emozionarsi al suono di «Bandiera rossa». Il blocco politico costituito da comunisti, verdi e Cgil non retrocede di un passo dal suo obiettivo. Convinto che la Legge del professore assassinato dalla Brigate Rosse abbia portato l'Italia allo sbando creando precarietà e disoccupazione, continua a chiedere che la legge 30 sia abolita. Tutto questo anche a rischio di dividere il centrosinistra, di mettere in minoranza i moderati dell'Unione che mal sopportano queste posizione. Loro non hanno alcuna intenzione di mettere fine alla legge, semmai di varare una piccola modifica, di correggere il tiro. In fondo un atteggiamento coerente visto che la Legge Biagi altro non è che un completamento e sviluppo del pacchetto Treu. Le prime novità, la prima svolta, parziale, in senso di flessibilità del mercato fu fatta proprio con il Governo Prodi. L'esigua maggioranza non permise di portare avanti il progetto, ma la legge Biagi ha proseguito questa impostazione dando una maggiore forza alla riforma del mercato. Da sinistra però su questo punto non si è disposti a fare sconti anche se si rischia di far affiorare divisioni nette prima di arrivare al Governo. A costo di andare contro i numeri ed i dati. A costo di sostenere scelte che favoriscono la disoccupazione. E pensare che Confidustria aveva aperto un credito nei confronti di Prodi. Ne aveva condiviso il programma giudicandolo «concreto». Ma ora sotto i colpi del radicalismo le aperture si stanno rapidamente chiudendo. Non passa giorno che da viale dell'Astronomia vengano mandati segnali per contenere ed evitare la deriva radicale. Nessuna abolizione, nessuno stralcio della riforma ma solo un aggiustamento. Ed è nella morsa delle due posizione che Prodi giorno dopo giorno si dibatte per evitare di finire schiacciato. Anche il fronte sindacale si è rotto sotto la spinta abolizionista. Da un lato la Cgil, dall'altro Cisl e Uil per nulla intenzionate a seguirla sulla strada di una dura opposizione. Anche qui l'obiettivo è riformare, cercare di limitare gli effetti perversi della normativa. Ma la sinistra radicale va avanti per la sua strada. Il programma è chiaro. È quello dei manifesti 6x6: «Oggi precarietà, domani lavoro». Ma nei fatti di precarietà in questi cinque anni c'è ne è stata ben poca. I contratti a termine anziché aumentare si sono ridotti passando da 2mila 151 nel 2001 a 2mila 034 nel 2005. E per gran parte sono concentrati nella aree settentrionali del Paese. Non solo, perché i dati sui contratti permanenti danno una visione ancora più chiara della situazione. Nello stesso periodo l'occupazione a tempo indeterminato ha registrato un aumento passando da 13mila 268 a 14mila 570, con una variazione in positivo di 1302. Così come n
La sinistra fa guerra alla legge che dà lavoro
L'ala radicale dell'Unione vuole cancellare la riforma Biagi che ha favorito nuove assunzioni