E non solo governo e sindacati, ma lo stesso esecutivo al suo interno. A dieci giorni dallo sciopero generale proclamato dalle organizzazioni sindacali contro il provvedimento, e a una settimana dall'arrivo in Senato dell'emendamento del governo alla delega, nella maggioranza non solo c'è chi spinge perché il governo riapra il dialogo con i sindacati convocandoli per discutere della riforma, e chi invece ritiene che siano questi a dover avanzare le proprie contro proposte. Ma c'è anche una diversa valutazione politica del risparmio che la riforma genererà. La correzione al ribasso emersa nella relazione tecnica all'emendamento sulla riforma, che riduce da 12 a 9 miliardi il taglio a regime alla spesa pensionistica, trova indifferente il ministro del Welfare, Roberto Maroni, secondo il quale il risparmio previsto è «sufficiente», ma lascia «incredulo» il collega delle Politiche agricole, Gianni Alemanno, che dice: «Se è così, serve una verifica politica». Secondo i calcoli effettuati dai tecnici della Ragioneria dello Stato sull'emendamento presentato dal governo in Senato, i risparmi a regime saranno inferiori rispetto ai 12 miliardi di euro (un punto di pil) dei quali si era parlato, e pari, invece, a 9 miliardi, lo 0,7% del pil. Alemanno - che guida il fronte di quanti vogliono recuperare il dialogo con i sindacati e annuncia che al prossimo Consiglio dei ministri chiederà a Berlusconi di convocarli anche per capire se hanno controproposte e quali - ritiene «strano» il nuovo dato sui risparmi perché, dice, «era stato verificato proprio con la Ragioneria». «Non capisco allora da dove esca fuori questa nuova cifra - aggiunge - Se comunque è così, è una cosa importante, perché quel tipo di riforma era per 12 miliardi, se invece è per 9», allora «è una cosa grave», e c'è bisogno di «una verifica politica approfondita», soprattutto in una situazione in cui «i sindacati sono in rivolta perchè la considerano una riforma troppo forte. Se poi dà solo 9 miliardi...». Maroni si affetta a minimizzare. «Non c'è nessun motivo di allarme e nessuna preoccupazione, né la necessità di un ulteriore intervento», afferma il ministro del Lavoro, secondo il quale «il risparmio della riforma è lo 0,7% del Pil e va bene così». «L'ipotesi iniziale era un risparmio dell'1%, ma prima che si definisse la strategia poi definita», spiega Maroni. Una strategia che prevede il pensionamento per le donne a 60 anziché a 65, e che rinvia il pensionamento con 40 anni di contributi al 2008. «Quindi - afferma Maroni - non è la proposta del ministero ritenuta insufficiente dalla Ragioneria, ma è una proposta concordata che prevede questi risparmi, ritenuti sufficienti. Non c'è quindi - sostiene - nessun motivo di preoccupazione né la necessità di un intervento ulteriore». Intanto, giovedì la commissione Lavoro del Senato ascolterà i vertici di Cgil, Cisl e Uil, primi in una serie di audizioni delle parti sociali programmata senza particolare fretta da parte della commissione stessa anche nel tentativo di dare tempo per trovare una intesa che eviti un nuovo sciopero generale. I sindacati comunque, finora, hanno continuato a ribadire che la condizioni per una eventuale apertura di un tavolo sulle pensioni è il ritiro dell'emendamento governativo al disegno di legge delega sulla riforma e quindi la ripresa del confronto sulla delega stessa.
Pensioni, An mette in dubbio la riforma
Maroni minimizza: «Anche se ridimensionata la cifra è sufficiente. Non servono altri interventi»