Un mese pieno di tensioni sociali e passaggi politici delicati non ha spostato in modo apprezzabile gli orientamenti degli italiani. È quanto emerge dall’ultima rilevazione di Nando Pagnoncelli pubblicata dal “Corriere della Sera”. Gli equilibri tra gli schieramenti restano sostanzialmente invariati, mentre dentro le coalizioni ci sono assestamenti che vanno letti con attenzione. Il dato più evidente riguarda Futuro nazionale, il partito di Roberto Vannacci, che perde quasi un punto: passa dall’8,8% di settembre al 7,9%. La flessione pesa più di quanto dicano i decimali, perché proprio il partito di Vannacci potrebbe decidere chi vince. Il centrodestra senza Futuro nazionale è fermo al 39,4%, lo stesso valore del mese scorso. Il centrosinistra nella versione “campo largo” sale al 44,9%, quattro decimi in più. Con queste cifre sarebbe l’opposizione a ottenere il premio di maggioranza previsto dalla legge elettorale appena approvata. Se invece Fratelli d’Italia, Forza Italia e Lega si alleassero con Vannacci, la coalizione arriverebbe al 47,3% e il premio passerebbe a loro. Anche così, però, il centrodestra allargato perde quasi un punto rispetto a settembre. Il quotidiano di via Solferino invita comunque alla prudenza su due fronti. Il voto dichiarato ai singoli partiti non sempre si traduce in modo automatico in consenso per le coalizioni. Inoltre gli schieramenti sono ancora in movimento. Proprio in questi giorni Sud chiama Nord di Cateno De Luca è entrato nel centrodestra e Rifondazione comunista ha aderito al campo largo.
Fratelli d’Italia tiene e cresce di pochissimo, al 26,7%. In sofferenza Forza Italia, che passa dal 7,3 al 6,3%. Secondo l’analisi del “Corriere”, sul calo pesano le difficoltà nella guida del partito e le frizioni interne, emerse in modo plateale qualche settimana fa a Capri, al convegno dei giovani imprenditori. Va in direzione opposta la Lega, che dopo il congresso risale dal 4,7 al 5,6%. Salvini lo ha vinto, ma è uscito con l’esigenza ormai evidente di guidare il partito in modo più collegiale. Il calo di Vannacci si spiegherebbe invece con una visibilità molto ridotta e con la strategia di “contenimento a destra” della premier. Sul fronte opposto le variazioni sono minime. Il Partito democratico passa dal 19,5 al 19,9%. Il Movimento 5 Stelle cresce nella stessa misura, dal 14,5 al 14,9%. Alleanza Verdi e Sinistra resta al 6,3%. +Europa e Italia viva sono stabili, entrambe con contrazioni appena percettibili. Fuori dai due poli, Azione conferma esattamente il 3% di settembre.
La stabilità dei numeri colpisce ancora di più se si guarda al mese appena trascorso. Il caro carburanti ha acceso proteste diffuse, soprattutto tra gli autotrasportatori, e a un certo punto sembravano a rischio i rifornimenti di beni essenziali nel Mezzogiorno. Nelle principali città le mobilitazioni giovanili sono degenerate in disordini e assalti. Ne è nato un ampio confronto sulle cause sociali del fenomeno e sulle risposte da dare al disagio giovanile. Ci sono poi altri passaggi. La legge elettorale è stata approvata e si attende il giudizio della Consulta, decisivo anche per fissare la data del voto. La legge di bilancio procede a fatica: è una manovra con un orizzonte elettorale, ma con margini di spesa molto stretti. C’è stato il congresso leghista. E sullo sfondo c’è la crisi dell’Ilva, che rischia un ridimensionamento drastico. Per l’esecutivo è un quadro complicato, con il malcontento di categorie tradizionalmente vicine come agricoltori e autotrasportatori, le piazze in fermento e pochi soldi da distribuire. Va precisato che le interviste si sono chiuse prima della presentazione ufficiale della manovra.
Anche lo scenario internazionale è stato movimentato. Nell’analisi si ricordano gli esiti elettorali a sorpresa, dalla vittoria di Lula in Brasile al successo degli studenti in Serbia, lo stallo in Israele e il negoziato faticoso per avviare un percorso di pace in Ucraina. Nonostante le difficoltà, i giudizi sull’esecutivo migliorano leggermente. L’indice di apprezzamento del governo, cioè la quota di valutazioni positive tra chi si esprime, esclusi i “non so”, sale da 40 a 41. Quello di Giorgia Meloni passa da 41 a 42. Tra i leader non ci sono scossoni, con l’eccezione di Matteo Salvini: grazie alla chiusura del congresso il suo indice sale da 20 a 22. Resta invariata anche la grande area degli indecisi e di chi pensa di non votare, stimata in quasi il 41% dell’elettorato. Secondo Pagnoncelli, è proprio da questo bacino che potrebbero arrivare spostamenti davvero significativi. Chi riuscirà a riportare alle urne anche solo una parte di questi elettori potrà fare la differenza nella corsa verso le politiche.
