L'ultima invenzione

Polizia, va in scena l’odio in piazza. E Per la sinistra è colpa del governo Meloni

“Il disagio tra i poliziotti: Questa stretta securitaria ci trasforma in nemici”, l’ultima acrobazia di Repubblica

Mancava, nel casellario giudiziario del Meloni I, l’istigazione all’odio contro gli agenti di pubblica sicurezza. Adesso c’è. Lo si desume da Repubblica, che vi dedica una paginata intitolata: «Il disagio tra i poliziotti: Questa stretta securitaria ci trasforma in nemici». Il disagio, madia nel cui fondo il giornalismo presentabile impasta ogni farina cronachistica purché la colpa lieviti a destra, arriva persino in questura, insufflato sotto le visiere.

Per misurare l’umore delle forze dell’ordine, il quotidiano convoca due sindacalisti Cgil e un ex capo di scuola di polizia oggi consigliere Pd. Un sinedrio d’adamantina imparzialità. Scelto alla cieca, si capisce. Uno dei cigiellini spiega che «da quando c’è il governo Meloni siamo quotidianamente sovraesposti, chiamati a rappresentare lo Stato in una contrapposizione continua», denuncia la «deriva di polarizzazione politica che questo governo sta attuando» e vi appende il numero degli agenti feriti «in forte progressione». Il manganello dialettico fa la giravolta da majorette: chi mena i «questurini» e devasta le città svanisce nella nebbia ideologica, chi governa avrebbe dipinto il bersaglio.

E pensare che talune anime rozze credevano che la violenza appartenesse al violento, con la benedizione di sacrestie kulturali dove l’odio viene cresimato coscienza civile. S’era rimasti a un’altra archeologia, nella quale «sbirro», «celerino», «guardia», «servo del potere» giacevano come sedimenti dell’estremismo sinistrorso di quando Meloni non era in politica, di quando non era neppure nata. Apprendiamo invece che trattasi di neologismi meloniani compreso Acab, la sobria formula secondo cui tutti i poliziotti sarebbero bastardi, coniati l’altroieri, si presume, davanti alla sovversiva trovata delle targhe personalizzate. Prima tra antagonisti e agenti correva una mite corrispondenza epistolare. Prima i reparti mobili erano accolti nei cortei con l’ospitalità di Filemone e Bauci. Poi la zuppa si fece sanpietrino e molotov e l’Arcadia prese fuoco.

Gli anni di piombo, il G8 di Genova, la mitologia dei centri sociali, i buoni e cattivi maestri che fecero dell’uniforme il braccio della repressione: tutto mai esistito. Il progressismo che ha nobilitato o almeno contestualizzato il facinoroso non stilla una sola riga d’autocritica. Si procura Meloni come deus ex machina, non per sciogliere la tragedia ma per attribuirgliela: un Crono capovolto, che divora il passato per assolvere prole e proletari del presente.

Contro la divisa gli occupanti della parte giusta della storia hanno sempre officiato una liturgia ornata di simboli e non di rado di sassate. Il poliziotto non aveva madre, stanchezza, paura, biografia. Era una sagoma alla quale la purezza rivoluzionaria poteva spaccare la testa senza incontrare mai un uomo. Adesso, prefica commossa con mezzo secolo di ritardo, la sinistra scopre sotto il casco un padre e davanti allo scudo suo figlio. E a metterli l’uno contro l’altro, ovviamente, lei. La matrigna Giorgia.

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