l'eredità di berlusconi

Silvio ci manchi. Recuperare il sogno da “rivoluzionario”

Domani Berlusconi avrebbe compiuto 90 anni. Ripartire dal messaggio liberale del 1994. Evitare il rischio di una “musealizzazione”

Quasi non ci si crede, perché lo abbiamo ancora negli occhi come un performer senza età e fuori dal tempo: a suo modo un Freddie Mercury (ma in doppiopetto), un artista capace di dosare sregolatezza e controllo, estro e perfezionismo, leggerezza e tenacia. E invece il calendario è implacabile. Domani, martedì 29 settembre, Silvio Berlusconi avrebbe compiuto novant’anni.

«Silvio, ci manchi?» è il titolo del libro di Patrick Facciolo, analista della comunicazione che ha studiato la forma del Cavaliere: il linguaggio, la prossemica, il modo di occupare lo spazio, la capacità di trasformare un gesto in consenso. È un saggio sul metodo.

Ma Silvio ci manca anche su un altro piano, più politico e, se posso, più liberale. Oggi, anche con le migliori intenzioni, molti lo ricordano in una forma musealizzata e istituzionale. Il Berlusconi «europeista» degli ultimi anni, un po’ incastrato nel Ppe, cantore della responsabilità, dalle posizioni ineccepibilmente centriste. Un ritratto rispettoso, e per certi versi vero. Ma incompleto. Perché, se posso permettermi, ci manca un altro Berlusconi: il rivoluzionario.

Non fu solo la magia — e la promessa, per tanti versi rimasta inattuata — del 1994.

Fu un’attitudine. Un’estraneità ai vecchi poteri italiani.

Una dimensione da «uomo privato» che certo gli ha impedito di comprendere appieno l’inferno e il paradiso delle istituzioni (suo grave limite, nonostante avesse la benedizione di trovarsi accanto un Virgilio della levatura e della visione di Gianni Letta).

Ma, per altro verso, quella stessa estraneità lo ha sempre reso più «uno di noi» che «uno di loro»: più persona della common people che personaggio lontano e inarrivabile.

Si obietterà che la promessa liberale rimase largamente incompiuta. Che la lezione di Antonio Martino partì centrale e finì isolata nella traiettoria di Forza Italia. Vero.

Non serve nasconderselo, e non sarebbe nemmeno berlusconiano farlo. Ma è pur vero che quella parola — libertà — risuonò nelle campagne elettorali, confermando due cose: che il Cavaliere riteneva efficace quella predica, e che quella predica si rivelò più volte vincente. Non era uno slogan. Era una convinzione: gli italiani, lasciati soli alle prese con lo Stato, preferiscono chi parla di tasse, di impresa, di proprietà, di ottimismo. Anche quando la riforma non arriva intera.

C’è un fraintendimento comodo, oggi: ridurre Berlusconi a un repertorio di battute, di sorrisi, di teatri. Come se il disgelo del ’94 fosse stato solo uno show. In realtà fu anche — e per i liberali soprattutto — lo smascheramento di un Paese che si diceva moderno e restava corporativo, un Paese in cui l’iniziativa privata doveva chiedere scusa e lo Stato no. Quella frattura non è chiusa. Per questo il ricordo istituzionale, da solo, non basta.

E allora — vale per tutti i protagonisti attuali: Forza Italia, Lega, Fratelli d’Italia — va riscoperto quel Berlusconi un po’ rivoluzionario. Non il reliquiario. Non il santino da congresso. L’uomo che irruppe in un sistema chiuso e disse, con la disinvoltura di chi non deve chiedere permesso alla nomenclatura, che si poteva fare politica senza passare dal convento dei vecchi partiti.

Mario Ferrara, gran liberale, nonno di Giuliano, scrisse sul «Mondo» di Pannunzio un articolo destinato a diventare proverbio: «Date un matto ai liberali». Intendeva che al liberalismo italiano, nobile e spesso statico, non servivano altri professori. Serviva una dimensione coraggiosa, popolare, non elitaria. Un matto «perpendicolare», diceva citando Léon Daudet: qualcuno che credesse fino in fondo a quello che diceva e lo portasse in piazza.

Silvio fu quello. Non un liberale classico di scuola, e tantomeno un santo laico. Fu il matto che i liberali avevano invocato e che, una volta arrivato, faticarono a tenere. Per questo ci manca. Non solo la voce, non solo il sorriso, non solo la scena. Ci manca l’idea che la libertà, per vivere, abbia bisogno di un po’ di follia civile. E che, senza di essa, restano i manuali. Bellissimi. E senza attuazione.

Novant’anni. Avrebbe sorriso, probabilmente, e avrebbe detto che l’età è un dettaglio da lasciare agli altri. Noi, più prosaicamente, possiamo dire almeno questo: il vuoto che ha lasciato non è solo affettivo. È politico. E la politica, quando smette di osare, invecchia a sua volta.

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