Legge elettorale, ultimo atto. È quello che si scriverà giovedì 8 ottobre, con il voto finale sul testo dello ‘Stabilicum’ (o ‘Melonellum’, come ribattezzato dalle opposizioni) voluto da governo e maggioranza. Il mercoledì l’esecutivo ha incassato l’ultimo dei tre voti di fiducia posti sul provvedimento. Il giovedì l’ultimo brivido verrà dato dallo scrutinio segreto a Montecitorio, ma dal centrodestra si ostenta tranquillità a partire dalla premier Giorgia Meloni che, a chi le chiede se sia serena in vista del voto definitivo, risponde laconica: “Lo sono sempre”. Non a caso, la presidente del Consiglio ha già in agenda un appuntamento nel pomeriggio ad Ascoli Piceno, quando il verdetto della Camera sarà già acquisito. Il mercoledì in Aula va in scena lo stesso copione del martedì: banchi gremiti da una parte e dall’altra, ministri e sottosegretari presenti, passa con 228 voti favorevoli, 144 contrari e tre astenuti la fiducia sull’articolo 3 che ridefinisce alcuni collegi elettorali in Alto Adige. Poi, con 214 voti favorevoli e 126 astenuti delle opposizioni, passa l’articolo che introduce il voto fuorisede - oltre per chi ha certificate ragioni di studio, lavoro o salute - anche per i caregiver familiari.
L’esame riprende poi nel pomeriggio con gli ordini del giorno. Tra questi ce n’è uno presentato dal segretario di Più Europa, Riccardo Magi, sulle firme digitali su cui la ministra per le Riforme istituzionali, Elisabetta Casellati, dà parere favorevole, sia pur con una riformulazione: quest’ultima prevede che il Governo si impegni “a valutare l’opportunità di verificare se, ai fini delle sottoscrizioni per la presentazione delle candidature, vi siano le condizioni di fattibilità tecniche e organizzative per estendere le modalità digitali già previste con riferimento alla raccolta delle sottoscrizioni richieste dagli articoli 75 e 138 della Costituzione, tenendo in adeguata considerazione le esigenze della sicurezza cibernetica e le differenze tra le finalità connesse alle due tipologie di consultazioni popolari”. Magi aveva invece chiesto un impegno del Governo “ad adottare, con il primo provvedimento utile, le iniziative normative e i conseguenti provvedimenti attuativi necessari ad adeguare ed estendere la piattaforma pubblica per la raccolta digitale delle sottoscrizioni, ovvero a predisporre altra modalità idonea a consentire la raccolta delle sottoscrizioni con modalità elettronica”. La riformulazione non viene quindi accettata dal deputato - da sette giorni in sciopero della fame contro la riforma - e l’odg viene respinto. Il segretario di Più Europa lancia anche un’altra idea: “Vedo molti che interpretano il ruolo dei controllori”, ci sono “ministri che dicono di andare lì a sorvegliare. Ma ricordo che è il Parlamento che vigila sul governo, e non il contrario. Suggerirei una cosa utile”, visto che dovrebbe esserci “una votazione che dovrebbe esser segreta” ma “c’è chi si mette dietro, magari col telefonino anche se non si dovrebbe, allora direi di farla con la vecchia modalità, manuale, anziché col voto elettronico”, per cui “si mettono la pallina bianca o nera nell’urna a seconda della scelta”, la proposta che Magi annuncia di voler fare al presidente della Camera Lorenzo Fontana. L’iniziativa però - fanno notare fonti di Montecitorio - difficilmente potrà trovare accoglimento, stando alla lettera dell’art. 55 del regolamento in cui si prevede che “La votazione per scrutinio segreto normalmente ha luogo mediante procedimento elettronico” e solo “in caso di difetto dei relativi dispositivi il presidente fa apparecchiare due urne. Ad ogni votante sono date due palline, una bianca e una nera, da deporre nelle urne”.
Per il resto, lo scontro tra i partiti prosegue secondo le posizioni già note. Nei conciliaboli in Transatlantico, i deputati di centrodestra ostentano tranquillità, senza comunque negare che l’attenzione sulle presenze resta alta in vista del voto decisivo, quando in Aula potrebbero di nuovo comparire le ‘vedette’ a controllare i voti dagli scranni più alti, come stigmatizzato dalle opposizioni. Le quali oggi si scagliano in particolare contro una legge “che senza alcun dubbio ridurrà la presenza delle donne nel Parlamento italiano, non essendo prevista alcuna quota di genere per i capilista bloccati che costituiranno la gran parte degli eletti alla Camera e al Senato”, afferma Laura Boldrini del Pd, che lancia un invito alle “colleghe della maggioranza: ribellatevi a questa vergogna!”. Ma anche nella minoranza si nutre poca speranza nei franchi tiratori, e certo non basterà il voto contrario di Futuro nazionale per Vannacci ad affossare il testo. Più fiducia si ripone invece nella Consulta, per la quale sarebbero già pronti i ricorsi: la Corte Costituzionale - è il ragionamento - potrebbe esprimersi in poco più di tre mesi, a febbraio. E se la legge venisse bocciata si aprirebbe inevitabilmente la crisi di governo che porterebbe al voto anticipato di fine maggio o inizio giugno.
