Le purghe di Elly Schlein: ecco come farà le liste

La segretaria dopo il rebus primarie e composizione della coalizione pronta a epurare i “critici”

C’è un Giano bifronte che si aggira nei corridoi del Nazareno, cambiando volto con la disinvoltura di chi cambia registro a seconda dell’occasione.

È Elly Schlein, l’enigmatica segretaria del Pd: un giorno tutta sorrisi e mano tesa, magari davanti a una telecamera; quello dopo pugno di ferro, linea dura e qualche dito ben puntato. Il tutto calibrato con cura sul possibile «profitto» politico.

Più che una doppia faccia, una faccia a rendimento variabile: morbida quando conviene, inflessibile quando rende di più. Ma, come a teatro, arriva il momento in cui deve per forza calare il sipario sulle apparenze. Così Elly è costretta a togliersi la maschera, mettere da parte i convenevoli e giocarsi la sua partita della vita. E qui, forse, emerge il suo tratto più autentico: quella naturale inclinazione a comandare che, finché c’erano sorrisi e telecamere, poteva diligentemente restare dietro le quinte.

Il momento della verità è scattato venerdì, in Direzione, quando la segretaria, oltre alle consuete tirate rivolte a Giorgia Meloni, ha tirato fuori gli artigli per colpire proprio il suo partner più stretto. Giuseppe Conte, dunque: da alleato indispensabile, omaggiato in ogni modo, a ingombrante concorrente sulla scena dell’opposizione. E, soprattutto, l’uomo che comincia a farle ombra proprio lì dove il palcoscenico si fa più affollato: sulla leadership. In un batter di ciglia, il mantra che ha contraddistinto una stagione, «Siamo testardamente unitari», sfiorisce impietosamente. Un cambiamento radicale in ventiquattr’ore: da opossum a indomita guerriera. Un paradosso per il Pd, che in passato si è scagliato contro i segretari rei di aver fatto di testa propria, Matteo Renzi in testa, e che oggi si ritrova con una donna sola al comando.

La numero uno decide in autonomia, mentre i tanti organismi interni di partecipazione, un tempo sbandierati come architravi della vita democratica del partito, sembrano improvvisamente relegati a fare da semplice scenografia.

Un’avvisaglia, d’altra parte, si era verificata già nel 2024, quando, in vista delle Europee, la segretaria propose di personalizzare il simbolo del partito legandolo al suo nome. Una proposta che fu costretta a ritirare sull’onda del vespaio di critiche che aveva sollevato.

Dalle attitudini personali alla linea di comando.

Il cerchio magico è ridotto all’osso: ne fanno parte quattro dignitari. Ecco chi sono: Marta Bonafoni, la coordinatrice talent scout; Flavio Tavernini, l’onnipresente portavoce che ha fatto l’apprendistato da Laura Boldrini; Igor Taruffi, il responsabile dell’organizzazione, noto come Taruffenko; e Marco Furfaro, il volto televisivo.

Ad essere pignoli, ai margini, c’è anche un’aspirante Elly, copia in purezza dell’originale. È la giovane segretaria dei Gd, Virginia Libero, forte di un legame stretto con Marta Bonafoni e prossima a varcare la soglia del Parlamento. Il suo roboante comizio, con tanto di invito alla diserzione alla Festa dell’Unità, è il biglietto da visita. Già, perché le liste saranno l’imminente banco di prova del mister Hyde del Nazareno. Una volta ricevuta la proroga del mandato dall’Assemblea nazionale del 18, la segretaria avrà l’obiettivo di fare piazza pulita nei gruppi parlamentari della nuova legislatura.

Tradotto in cifre, quota panda per i riformisti (l’unico garantito è Lorenzo Guerini) e dosi omeopatiche per i tracotanti della corrente di Montepulciano (il trio Franceschini, Orlando, Speranza). Rischia anche l’area che si è raccolta intorno a Stefano Bonaccini, nonostante il passaggio dalla minoranza alla maggioranza. Tra i più in bilico, la senatrice Simona Malpezzi, la prodiana Sandra Zampa e la deputata Lia Quartapelle.

Per farsi un’idea del clima post-Direzione, d’altra parte, basta ascoltare l’intervento che ha fatto Andrea Orlando: «Nel nostro popolo c’è ancora una forte inquietudine, che rischia di essere ancora più forte nel momento in cui ci avvicineremo alle elezioni». Poi l’ex ministro della Giustizia torna a un antico precetto: «Bisogna allargare il più possibile, investire il partito». Morale: non puoi pensare di fare tutto da sola.

Anche la diretta interessata, ieri, è tornata sulla performance al Nazareno: «Dovevo togliermi qualche sassolino», ha scritto su Instagram.

L’ex governatore della Regione Emilia-Romagna, Stefano Bonaccini, da Bari sceglie il ruolo dell’avvocato difensore: «La nostra segretaria ha voluto dare un segnale per dire che il Partito democratico, se è il primo partito del centrosinistra, non lo è per caso».

Tornando alla rumba delle candidature, ci sarà un unico criterio di scelta: la fedeltà al comandante. E un corridoio privilegiato: essere un volto nuovo che si è distinto in qualche modo negli enti locali e nella società civile. Per tutti gli altri è pronta la purga, scordatevi le deroghe. Insomma, una generazione Elly pronta a salire gli scranni di Montecitorio e di Palazzo Madama.

Nel sogno più dolce, l’atto finale si chiude con lei in trionfo a Palazzo Chigi, acclamata da una corte di fedelissimi devoti e silenziosi.

La maschera è caduta: sotto, il pugno della comandante.

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