La nuova legge elettorale è stata approvata da poco e, a giudicare dalle reazioni dell’opposizione, la democrazia italiana sarebbe già in pericolo. «Legge truffa», «preferenze finte», «premio abnorme», «legge incostituzionale». Non manca nulla, nemmeno il consueto allarme per la deriva autoritaria. Una gara a chi la spara più grossa. Eppure basterebbe leggere il testo, fare due conti e magari conoscere qualche sentenza della Corte costituzionale per ridimensionare buona parte delle accuse.
Cominciamo dalle preferenze, definite «finte» e «farlocche». È vero che la riforma mantiene i capilista bloccati e non introduce dunque preferenze integrali. Ma permette agli elettori di esprimere fino a tre preferenze, scegliendo direttamente fra i candidati. Si può legittimamente sostenere che bisognasse andare oltre, ma una scelta limitata non è una scelta finta. Alla Camera, nelle circoscrizioni italiane, l’ultima elezione con le preferenze risale al 1992. Da allora, la quota proporzionale è sempre stata affidata a liste bloccate. Chi oggi denuncia una scelta insufficiente dovrebbe almeno riconoscere la differenza rispetto alla totale assenza di scelta praticata per decenni.
Si obietta allora che quasi nessuno sarà eletto grazie alle preferenze.
Nello scenario simulato da YouTrends sarebbero invece più di quattro parlamentari su dieci. E, con strategie diverse, sfruttando sistematicamente le pluricandidature dei capilista, la quota potrebbe avvicinarsi addirittura ai tre quarti.
Non mi sembrano preferenze finte.
Passiamo al premio di maggioranza, definito più volte addirittura «abnorme». Qui la demagogia incontra l’aritmetica e rischia di farsi male. Il premio è di 70 deputati e 35 senatori, pari al 17,5% dei seggi parlamentari. Ma quei seggi non vengono aggiunti a quelli attribuiti proporzionalmente. Vengono sottratti al riparto proporzionale. La differenza è sostanziale.
Prendiamo la Camera. Dei 384 seggi interessati dal riparto nazionale, 70 sono riservati al premio e 314 vengono assegnati proporzionalmente. Con il 43% dei voti, trascurando le soglie di sbarramento, una coalizione otterrebbe in questo riparto circa 165 deputati con il proporzionale puro e 205 con il premio. Quaranta seggi in più, non settanta. Rapportato all’intera Camera, il vantaggio netto è di circa dieci punti percentuali. Il 17,5% misura il pacchetto premiale, non il guadagno effettivo rispetto al proporzionale. Dunque, la distorsione della rappresentanza andrebbe misurata correttamente.
E arriviamo alla presunta incostituzionalità. Anche qui qualche nozione di storia recente aiuterebbe. Nel 2014 la Consulta bocciò il premio del Porcellum soprattutto perché non prevedeva una soglia minima di voti per ottenerlo. Nel 2017, invece, giudicò non manifestamente irragionevole il premio dell’Italicum assegnato alla lista che raggiungeva il 40% dei voti. La nuova legge va oltre e prevede una soglia del 42%. Non significa che sia automaticamente costituzionale, perché i giudici dovranno eventualmente valutarne tutti i meccanismi. Significa però che proclamarne l’incostituzionalità come un fatto acquisito non è analisi giuridica, è pressing propagandistico sulla Consulta. Una cosa è annunciare un ricorso, un’altra è anticiparne l’esito. Anche perché, per quanto abbiamo appena ricostruito, la bocciatura non pare affatto scontata, anzi.
Più seria è la questione del premio nazionale al Senato, perché l’articolo 57 della Costituzione stabilisce che quella Camera sia eletta su base regionale. Ma anche qui il problema è interpretativo, non una certezza già scritta. Si dovrà stabilire se la base regionale riguardi necessariamente anche il criterio di attribuzione del premio oppure la ripartizione territoriale dei seggi.
Peraltro, la stessa Consulta aveva segnalato nel 2014 i rischi dei premi regionali, capaci di produrre maggioranze parlamentari incoerenti con il risultato nazionale.
C’è poi l’accusa forse più curiosa, quella della legge cucita addosso a Giorgia Meloni per garantirle la vittoria e tenerla incollata alla poltrona. Eppure i sondaggi attuali danno avanti il campo largo. Con queste coalizioni e questi risultati confermati in entrambe le Camere, il premio andrebbe all’opposizione. Un’autentica legge truffa, evidentemente, con la singolare caratteristica di poter garantire i seggi per governare proprio agli avversari di chi l’ha approvata.
Al di là della demagogia e della propaganda, questa è davvero una legge elettorale meloniana. Non perché garantisca la vittoria a Giorgia Meloni, ma perché interpreta perfettamente la sua concezione della democrazia. Una concezione maggioritaria, binaria, fondata sulla contrapposizione fra alternative riconoscibili. Noi e loro, destra e sinistra, chi governa e chi fa opposizione. Due proposte politiche che si confrontano davanti agli elettori, chiedendo un mandato per governare. Una democrazia che cerca di organizzare il pluralismo dei partiti in due alternative chiare di governo.
È la logica che attraversa da sempre la comunicazione politica di Meloni, in cui la contrapposizione non è un incidente da evitare, ma uno strumento per rendere riconoscibili le differenze. L’elettore deve sapere chi sostiene chi, quale programma propone una coalizione e chi intende portare a Palazzo Chigi. Non a caso la nuova legge impone alle forze alleate di indicare un candidato comune alla Presidenza del Consiglio, pur lasciando intatte le prerogative costituzionali del Capo dello Stato.
C’è una filosofia politica precisa dietro questa impostazione. Le elezioni non servono soltanto a fotografare il peso dei partiti in Parlamento. Servono anche a scegliere una direzione di governo. Il proporzionale rappresenta le differenze, il premio cerca di trasformare una maggioranza relativa sufficientemente ampia in una maggioranza parlamentare.
Non sono le regole elettorali di Westminster, ma è la sua logica politica, rappresentata persino dalla disposizione dei banchi. Alla Camera dei Comuni, governo e opposizione siedono su due fronti contrapposti. Da una parte il governo, dall’altra l’opposizione ufficiale e il suo governo ombra. Chi governa e chi si prepara a sostituirlo.
È anche per questo che Meloni ha mostrato una profonda avversione per i governi tecnici, gli inciuci, i ribaltoni e le maggioranze arcobaleno. Si va al governo con una coalizione riconoscibile, un programma dichiarato e un mandato ricevuto dagli elettori. L’accordo parlamentare successivo non è illegittimo, certo, ma, nella sua visione, la scelta fondamentale su chi governa dovrebbe spettare ai cittadini nel momento delle elezioni, non ai partiti dopo.
Non a caso, nel 2018 rimase fuori dal governo gialloverde, e nel 2021 rifiutò di entrare nel governo Draghi. Due vicende diverse, ma con lo stesso esito politico: Fratelli d’Italia fuori da maggioranze nate dopo il voto fra forze che si erano presentate agli elettori come alternative.
È questo l’aspetto più profondamente meloniano della riforma e non c’è nulla di antidemocratico.
Spinge i partiti a dichiarare prima del voto con chi intendono governare, per fare cosa e sotto quale guida. In fondo, è la domanda sulla quale Meloni ha costruito buona parte della propria identità politica: «da che parte stai?».
