Politica

Florinda Arcangeli: “I miei figli italiani, stranieri in classe”

La mamma racconta l’esperienza alla scuola Pisacane di Roma

«Si parla del ghetto per gli stranieri nelle scuole, ma alla fine ad essere stati ghettizzati sono stati i figli di noi italiani». Florinda Arcangeli, ex portavoce delle mamme della scuola Carlo Pisacane, a Torpignattara, la vicenda la conosce bene. In quelle aule ha mandato i suoi primi due figli, tra quei banchi c’era stato anche suo padre nel 1940 e poi lei nel 1975. Nel 2013, per il terzo figlio, ha preso una decisione diversa e lo ha iscritto in un’altra scuola. «Era diventata una situazione insostenibile. Se in una classe di venti bambini quindici non parlano la nostra lingua e gli italiani sono cinque, la sproporzione non la può negare nessuno. E questa non è un’integrazione sana».

Sedici anni fa avete portato avanti una battaglia su questo tema. Perché?

«Si stava seguendo un modello di integrazione che secondo noi era sbagliato. Iniziò nel 2007, quando a Natale chiedemmo di fare il presepe. Eravamo rimaste in cinque mamme italiane, tutte le altre erano straniere in una classe con ventitré bambini. Ce lo concessero, ma a una condizione: non chiamarlo “presepe”, ma “villaggio globale”. Quando fu allestito, davanti alla capanna c’era una moschea e le statue femminili indossavano il burqa».

Un compromesso per entrambe le parti?

«No, una presa di posizione precisa. Ogni nostra richiesta veniva isolata, in classe la maggior parte dei bambini non parlava l’italiano e da quel momento ci siamo sentite in un ghetto».

Nel 2010 la circolare dell’allora ministra Gelmini fissò il tetto del 30%.

«Sì, ma non cambiò niente. Fu una lettera morta. Ancora oggi, quando chiediamo spiegazioni citando la riforma ci rispondono balbettando affermando che “è una cosa vecchia” e non è applicabile».

E oggi qual è la situazione?

«Ci sono classi con un solo bambino italiano. Una mamma che conosco ha spostato suo figlio da una scuola nel V Municipio a una nel VII°, pur di farlo studiare in una classe equilibrata. Prima non veniva invitato ai compleanni e quando i genitori hanno organizzato una festa per lui non si è presentato nessuno».

E sul piano dell’apprendimento?

«Molte difficoltà. Confrontando i quaderni con quelli di altre scuole, i nostri figli erano nettamente più indietro».

Altri episodi?

«Una gita a Pompei, anni fa. Sarebbe dovuta durare due giorni, con una notte fuori. Il pullman è partito alle cinque del mattino ed è tornato alle undici di sera, tutto in giornata perché alle bambine musulmane non era permesso dormire fuori casa.

Non rischia di generalizzare su un’intera comunità religiosa?

«Parlo di quello che abbiamo vissuto noi, in questo quartiere. Con rumeni, albanesi e sudamericani il rapporto è sempre stato diverso: veniamo invitati alle loro feste, i bambini si integrano e parlano italiano. Con le famiglie musulmane, bengalesi e cinesi che abbiamo conosciuto, invece, non c’è mai stato questo scambio».

Ora con il governo Meloni il tetto del 30% per gli stranieri che non conoscono l’italiano diventa legge.

«Sì, e non si potrà più eludere con una scusa amministrativa. Non penso sia una legge contro nessuno: dà a un bambino straniero la possibilità reale di imparare la lingua. Lasciarlo in una classe monoetnica non è integrazione, è l’esatto opposto»

Commenti

I commenti non sono al momento disponibili e saranno ripristinati non appena possibile. Grazie per la pazienza.