Il direttore de “Il Tempo” Daniele Capezzone, ospite giovedì sera di Paolo Del Debbio a “Dritto e rovescio” su Rete4, ha accusato i rappresentanti delle comunità islamiche di tacere sulle violenze e sulle costrizioni subite dalle donne musulmane in Italia. “Non c’è mai un imam che dica ‘ce ne siamo accorti’. C’è sempre ‘quello è ignorante, quello non ha capito, quella è un’interpretazione scorretta del Corano’. Ma vi rendete conto che non siete credibili se non vi accorgete di nulla?”.
Il primo dato è quello delle mutilazioni genitali. Capezzone ha ricordato: “Le stime parlano di 80.000 bimbe che le hanno subite in Italia. È lo stadio di San Siro pieno di bambine sanguinanti e nessuno si è accorto di nulla”. E ancora: “Non vi siete accorti di donne, se va bene, segregate, se va male violentate in casa e schiave sessuali?”. Sul velo: “Una bambina di 7 anni con lo scafandro in testa non è stata libera di scegliere”. Poi la stoccata: “È molto sospetto questo vostro non accorgervi di nulla”.
Il secondo fronte è istituzionale. Secondo Capezzone, a differenza delle altre confessioni religiose, “solo con le comunità islamiche l’intesa non c’è”. Ci avevano lavorato i governi Berlusconi e Amato, senza arrivarci per due ragioni: “Le comunità islamiche non stabilirono chi era titolato a parlare a loro nome e, ancora più grave, non volevano dare trasparenza sui finanziamenti”.
Da qui il sostegno alle proposte di Lega, Fratelli d’Italia e centrodestra. “Stop a burqa e veli nei luoghi pubblici, ma soprattutto censimento dei luoghi islamici esistenti. Se si parla italiano e non ci sono prediche di odio, molto bene. Se ci sono prediche infiammate, quei luoghi vanno chiusi”. Infine l’affondo alla sinistra. “L’onore della nostra civiltà è la difesa delle donne, delle libertà, dei diritti. Come fate a tirare fuori la Costituzione se poi accettiamo che una donna stia senza volontà con lo scafandro in testa?”.
La replica è arrivata dall’imprenditore Clark Manwar. “Quella bambina non mette il velo perché qualcuno glielo ha imposto. Se non vuole, non lo mette”. Capezzone lo ha incalzato: “Lei è sicuro al cento per cento che una moglie, una sorella, una bimba sia libera di dire no in casa?”.
“Sono sicuro al cento per cento”, ha risposto subito Manwar, ammettendo però che i casi di costrizione esistono: “Se un uomo obbliga la sua bambina o la sua donna a mettere il velo, quell’uomo è doppiamente colpevole”. Colpevole, ha spiegato, perché non è una brava persona e perché si serve della fede per imporsi. “Però non possiamo generalizzare”.
“Perché non li denunciate mai?”, ha ribattuto Capezzone. “Lo facciamo sempre, continuamente – ha detto Manwar – ci sono mille denunce in giro, ma purtroppo non vengono presi provvedimenti”.
“Ah, è colpa dei carabinieri?”, ha provocato Capezzone. Il confronto si è chiuso così: Manwar accusava il direttore di “strumentalizzare la cosa”, Capezzone restava fermo sulla sua linea: “Ragazzi, questa è l’Italia, non è la Teheran degli ayatollah”.
