È morto Umberto Pizzi, il fotografo che per decenni ha raccontato con il suo obiettivo vizi e costumi della società italiana. Il decesso è avvenuto oggi, 29 settembre, come riportato dal Fatto Quotidiano con cui Pizzi collaborava da oltre un decennio grazie a un portfolio settimanale realizzato assieme a Fabrizio D’Esposito e con la rubrica video «Pizzi e Merletti».
Nato a Zagarolo, alle porte di Roma, il 7 ottobre 1937, divenne fotoreporter nel 1963. Negli anni Sessanta dava del tu ai divi di Hollywood, da Liz Taylor a Richard Burton, inseguendoli a bordo del suo mitico maggiolino per immortalarli. Ancor prima di essere noto come il volto della Dolce Vita di via Veneto, aveva lavorato per la Fao, documentando i teatri del Medio Oriente tra Iraq, Iran, Turchia, Siria e Giordania, compresi i bambini soldato con il fucile in mano.
Negli anni Settanta e Ottanta divenne fotocronista, forte di collaborazioni su Time, People Magazine, Sunday Express Magazine e sulle principali testate italiane e internazionali; dal 1988 era iscritto all’albo come giornalista pubblicista. Nel 2012, da febbraio al 15 marzo, era stato ospite fisso del programma di La7 (ah)iPiroso, in sostituzione temporanea di Fulvio Abbate.
Negli anni Duemila la collaborazione con Dagospia portò alla pubblicazione, assieme a Roberto D’Agostino, dei libri «Cafonal. Gli Italiani nel mirino di Dagospia» (Mondadori, 2008) e «Ultracafonal. Il peggio di Dagospia» (Mondadori, 2010), divenuti marchio di fabbrica per raccontare, tra ironia e ferocia, gli aspetti più smodati e trasgressivi dell’alta società romana: cardinali, nobili, politici di ogni schieramento, imprenditori, quasi nessuno si sottraeva al suo obiettivo.
Amava definirsi un «professionista pensatore» e un «fotografo antropologo», con l’ambizione di leggere più di un semplice scatto nelle persone che ritraeva. Non aveva mai nascosto la sua militanza di sinistra, dichiarandosi comunista pur non avendo mai esaltato l’Unione Sovietica, e raccontava di aver sempre mantenuto ottimi rapporti anche con le personalità di destra, convinto che nel «cafonismo» non esistessero spartiacque ideologici.
Tra i suoi exploit più celebri, la foto mai venduta di Silvio Berlusconi con la mano sulle parti intime, rifiutata all’epoca dal direttore del Tempo Franco Bechis, e quella considerata la sua preferita, Enrico Berlinguer circondato dagli operai in pausa pranzo a Piazza Augusto Imperatore. Uno scatto per cui, raccontava, «non ho preso una lira, ma io amavo Berlinguer». Lo scatto più pagato della sua carriera resta invece quello, quasi casuale, scattato nella dimora veneziana dei Volpi di Misurata, con protagonista la baronessa Francesca Thyssen.
