«La Cina considera la guerra in Iran una grande distrazione per gli Stati Uniti. E il crescente malcontento internazionale nei confronti di Washington gioca a favore di Pechino». È questa l’analisi di Kurt Campbell, ex vicesegretario di Stato nell’amministrazione Biden, Chairman e cofondatore di The Asia Group e tra gli artefici della svolta strategica americana verso l’Asia, sui rischi del conflitto in Medio Oriente.
Nel 2016, con The Pivot, lei immaginava un secolo asiatico. L’America è riuscita a spostare il proprio baricentro strategico?
«Era un’aspirazione. La nostra valutazione era che il XXI secolo sarebbe stato plasmato dagli equilibri dell’Indo-Pacifico. Ma bisogna chiarire un punto: i maggiori successi strategici dell’America sono stati conseguiti insieme all’Europa. Guardare all’Asia non significa abbandonare l’Europa. Purtroppo continuiamo a essere assorbiti dal Medio Oriente. Lo stesso presidente Trump aveva promesso di porre fine alle guerre infinite, eppure oggi, a causa dei suoi errori, ci troviamo coinvolti in un conflitto dal quale è difficile uscire. Temo che questo intervento finirà per essere giudicato un grave errore strategico, intrapreso senza averne valutato sufficientemente le conseguenze».
Lei e Rush Doshi avete messo in guardia dal sottovalutare la Cina. Che cosa sta sbagliando Washington?
«Pensare che i progressi cinesi siano soltanto il risultato del furto di proprietà intellettuale. È semplicemente falso. La Cina è un Paese profondamente innovativo, con capacità scientifiche e tecnologiche in continua crescita. Dobbiamo riconoscerne gli enormi punti di forza e rispondere adeguatamente a questa sfida».
E che cosa non ha compreso l’Europa?
«Gli europei hanno dato per scontato che Pechino non avrebbe deliberatamente danneggiato le loro industrie. Credevano che sarebbe bastato spiegare ai cinesi i danni provocati dalla loro sovraccapacità produttiva per indurli a comprenderne le conseguenze. Hanno trascorso un anno e mezzo a farlo, senza ottenere risultati sufficienti. Ora servono misure per proteggere l’industria europea».
Trump alterna pressioni economiche alla ricerca di un’intesa personale con Xi. In che cosa si distingue il suo approccio da quello di Biden?
«Biden puntava sugli alleati. Trump privilegia le questioni economiche e il rapporto personale con Xi, ma Pechino ha risposto con grande cautela alle sue aperture. Nella strategia di Trump manca coerenza, soprattutto sul piano tecnologico: da un lato vogliamo impedire alla Cina di acquisire determinate capacità, dall’altro le forniamo semiconduttori che si avvicinano al livello di quelli disponibili ai nostri alleati più stretti. Avremmo invece bisogno di obiettivi chiari e di una strategia coerente, elaborata e perseguita insieme ai nostri alleati».
Taiwan potrebbe diventare una merce di scambio in un accordo tra Trump e Xi?
«Non credo sia necessariamente il caso di immaginare un grande accordo complessivo tra Washington e Pechino. La Cina cerca continuamente di persuadere Trump ad accettare la propria visione della politica mondiale. E purtroppo ci sono segnali di un presidente americano che adotta sempre più spesso un linguaggio familiare alla leadership cinese. Esiste quindi il timore che il sostegno americano a Taiwan possa diventare più condizionato. Ciononostante, l’impegno per la pace e la stabilità nello Stretto di Taiwan rimane uno dei principi più saldamente bipartisan della politica estera americana, condiviso tanto dai democratici quanto dai repubblicani».
Come immagina il futuro delle relazioni tra Taiwan e Cina?
«Una soluzione pacifica è essenziale. Il processo conta più del risultato finale. Qualsiasi soluzione deve avere però il consenso di Taiwan e non può esserle imposta. Anche se un certo grado di dialogo tra Pechino e Taipei è nel nostro interesse».
Quale ruolo avrà in questo scenario il Giappone di Sanae Takaichi?
«Il Giappone rappresenta un fattore di stabilità nell’Indo-Pacifico. La sua alleanza con Washington è fondamentale per mantenere la pace e la sicurezza regionale, non soltanto nell’arcipelago giapponese, ma anche nella penisola coreana e, potenzialmente, nello Stretto di Taiwan. Preferirei non addentrarmi in scenari militari specifici. Ciò che conta è la capacità degli Stati Uniti e del Giappone di esercitare insieme un’efficace deterrenza. Bisogna però sottolineare una distinzione importante: non è l’azione del solo Giappone, ma la cooperazione tra i nostri due Paesi ad aver contribuito alla stabilità asiatica».
L’Europa può contribuire alla strategia americana nei confronti di Pechino?
«Tra Stati Uniti ed Europa si registra una crescente convergenza sulla Cina, determinata da due fattori. Il primo è il sostegno cinese alla Russia nella guerra contro l’Ucraina, che ha suscitato profonde preoccupazioni tra gli europei. Il secondo è la sovraccapacità produttiva cinese, soprattutto nel settore automobilistico, che sta mettendo sotto pressione le imprese europee. Certamente la fiducia tra Europa e Stati Uniti è diminuita. In Asia, tuttavia, la questione centrale è la prevedibilità: i nostri partner vogliono sapere se possono contare su Washington. Questo è particolarmente importante perché i diversi teatri strategici sono sempre più interconnessi. Per questo dobbiamo rafforzare non soltanto il dialogo transatlantico sull’Indo-Pacifico, ma anche le relazioni dell’Europa con Giappone, Australia, Corea del Sud e India».
Le restrizioni all’esportazione dei semiconduttori possono arrestare l’ascesa tecnologica cinese?
«Xi Jinping ha individuato chiaramente nell’autosufficienza tecnologica nazionale un obiettivo strategico, in ogni settore e a ogni livello. È irrealistico immaginare che la Cina possa diventare dipendente dalle tecnologie americane senza sviluppare capacità proprie. Pechino sta procedendo a pieno ritmo in questa direzione. Gli Stati Uniti devono preservare alcuni vantaggi, soprattutto nei semiconduttori e nell’intelligenza artificiale. Allo stesso tempo dobbiamo individuare le condizioni per un dialogo più sostanziale con la Cina. Anche se non è ancora chiaro se questi due obiettivi siano pienamente compatibili».
Qual è il calcolo di Pechino rispetto alla guerra in Iran?
«La Cina considera questo conflitto una grande distrazione per gli Stati Uniti, forse persino una sconfitta tattica o strategica. La guerra non è andata secondo i piani e Washington ha dovuto ridislocare risorse militari dal Pacifico, suscitando profonde preoccupazioni tra i suoi partner asiatici. Allo stesso tempo, Pechino non sembra intenzionata a svolgere un ruolo diplomatico attivo nella crisi. I cinesi comprendono che una grande potenza può rimanere intrappolata nel pantano mediorientale, proprio come sembra stia accadendo oggi agli Stati Uniti. Non credo che desiderino una guerra prolungata o un’escalation, perché ne comprendono le conseguenze per l’economia globale. Ma il crescente malcontento internazionale nei confronti di Washington è certamente nel loro interesse».
