Gesto divisivo

Giuliana Sgrena “rifiuta” il Tricolore

Ad un evento la giornalista non ha voluto parlare in presenza della bandiera italiana

Nei giorni scorsi Giuliana Sgrena è stata ospite del «Cinema Campus dell’Università della Calabria» per partecipare all’evento «A figura intera. Cronache a fumetti», rassegna organizzata dall’Area Socialità del Centro Residenziale e dedicata al graphic journalism, dove, peraltro, la giornalista ha ricevuto la prima edizione del premio. Nel corso dell’iniziativa, tuttavia, avrebbe rifiutato di rilasciare un’intervista in presenza della bandiera italiana. Non ci sembra una questione di “galateo”, né una semplice manifestazione di dissenso personale.

È, prima di tutto, un oltraggio alla coscienza collettiva. Non sappiamo quale recondito messaggio volesse veicolare la Sgrena e, forse, non ci interessa, anche se sono certo che i soliti pseudo-intellettuali sono già pronti a sostenere il pensiero della giornalista con sofismi e retoriche da salotto. Il Tricolore, però, non è espressione di una parte, ma dell’intero corpo di un Paese. Basterebbe questo, dunque, per chiudere la questione. Perché, qualunque fosse la motivazione, il gesto, comunque, resta divisivo nei confronti di una comunità che, al di là delle alternanze politiche, si riconosce nelle proprie istituzioni pur conservando il diritto di criticarle.

È proprio questa distinzione a rendere la vicenda meritevole di una valutazione severa. Il dissenso politico è legittimo, la libertà di espressione è un presidio irrinunciabile della democrazia e nessuno è tenuto a condividere le scelte di una parte o dell’altra. Ma la critica non può essere automaticamente trasferita sul simbolo dello Stato. Confondere questi piani significa trasformare un patrimonio comune in un terreno di scontro ideologico. E ciò non è ammissibile.

C’è, poi, un elemento ulteriore che conferisce a questa vicenda una particolare intensità umana e simbolica, e si lega alla figura di Nicola Calipari, come bene ha ricordato Dario Rondinella nel suo articolo apparso su «Quicosenza». È la stessa giornalista a rievocare quella drammatica esperienza in cui Calipari, calabrese, perse la vita per salvarla. Nel marzo 2005, infatti, Giuliana Sgrena, rapita a Baghdad il 4 febbraio mentre svolgeva il proprio lavoro di inviata, fu liberata dopo settimane di prigionia. Nel corso del trasferimento verso l’aeroporto, l’automobile sulla quale viaggiavano la giornalista e Calipari venne raggiunta da colpi d’arma da fuoco statunitensi. Calipari, funzionario del servizio di intelligence italiano, rimase ucciso dopo essersi frapposto tra la donna e i proiettili; Sgrena sopravvisse, ferita.

Non è nostra intenzione evocare quella morte come un argomento di propaganda, né utilizzarla per negare a una persona il diritto di esprimere le proprie convinzioni. Sarebbe un errore trasformare il sacrificio di un servitore dello Stato in uno strumento di polemica personale. Ma sarebbe altrettanto sbagliato ignorare il significato pubblico di quella vicenda, che richiama il dovere, la responsabilità e il rischio affrontato da chi opera per proteggere cittadini italiani anche in condizioni estreme.

Nicola Calipari perse la vita mentre svolgeva una missione al servizio dello Stato italiano e cercava di proteggere una cittadina italiana. Il suo sacrificio appartiene alla memoria nazionale, non a una fazione politica. La sua figura richiama una concezione delle istituzioni fondata sulla responsabilità concreta, sulla dedizione al servizio pubblico e sulla consapevolezza che la Repubblica non è un’entità astratta, ma una comunità di persone, diritti, doveri e responsabilità reciproche. È comprensibile, pertanto, che un comportamento interpretato come sprezzante verso il Tricolore susciti interrogativi e indignazione, soprattutto quando viene inevitabilmente accostato alla memoria di quella drammatica vicenda. Tale accostamento, però, deve rimanere una sollecitazione alla riflessione civile, non diventare un automatismo accusatorio. Il rispetto della memoria di Calipari esige la stessa serietà che si pretende nel giudicare i gesti pubblici e non lascia spazio a condanne costruite al di fuori dei fatti.

Il punto centrale, dunque, non è stabilire quale sia il “messaggio” di Giuliana Sgrena. La questione vera, invece, è se la sua “protesta” ha acquisito più forza con quel gesto o, piuttosto, non sia stata indebolita per non aver saputo distinguere la “critica al potere” dal “rispetto per il Paese”.

E questo principio riguarda tutti, dai giornalisti agli intellettuali, dai rappresentanti politici ai comuni cittadini e alle Istituzioni. L’Università, in particolare, dovrebbe essere il luogo nel quale il confronto si svolge nel segno della libertà e del pluralismo, ma anche della consapevolezza del valore delle istituzioni democratiche. Il pluralismo non richiede l’assenza di simboli comuni; richiede, semmai, che nessun simbolo, venga imposto come appartenenza ideologica o venga trasformato in un bersaglio per ragioni di convenienza ideologica.

La misura della maturità democratica di un Paese si rivela anche nella capacità di difendere ciò che unisce senza soffocare ciò che divide legittimamente. Il rispetto della bandiera non è una prova di fedeltà ma ricorda che il pensiero democratico deve saper convivere con la responsabilità e con il riconoscimento dei valori costituzionali condivisi.

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