È la vittoria degli «angry voters». Un messaggio chiarissimo al presidente Donald Trump, al quale va riconosciuto l’onore delle armi di averci messo la faccia fino all’ultimo minuto. Ma non è bastato.
All’esame sull’operato di questi due anni di una presidenza decisamente di rottura, il tycoon è stato sonoramente bocciato. Inutile cercare alibi, piuttosto occorre riflettere sulle concrete motivazioni perché l’onda blu che ha travolto i repubblicani è una lezione preziosa in vista delle presidenziali del 2028: sulla fotografia del malessere sociale e culturale di oggi si giocherà la campagna elettorale più importante.
Due gli elementi decisivi, al di là della retorica che tanto piace agli europei ma che tanto dista dalla visione statunitense: il voto dei giovani, degli afroamericani e degli ispanici e i soldi. Una montagna di soldi. In questo midterm dei record si conta pure quello dei finanziamenti raccolti dai candidati: 3,7 miliardi di dollari. I democratici hanno speso 800 milioni in più dei repubblicani e questa è una delle motivazioni più concrete della vittoria.
I giovani, gli afroamericani e gli ispanici, che votarono in massa per Trump nel 2024, hanno cambiato idea e spostato il consenso decisivo a sinistra, delusi dalle mancate promesse di una rinascita economica che nei piani bassi dei palazzi non si è vista.
Così come Joe Biden e i democratici con Kamala Harris furono cacciati dalla Casa Bianca per il prezzo troppo alto delle uova, così Trump ha pagato i rincari sul gasolio. E sì perché il voto degli americani è soprattutto un voto dato con il portafogli. Lontani dalle ideologie radicali, le elezioni non sono altro che la somma di quanto ottenuto e di quanto perso. A seconda di dove pende la bilancia si sposta il consenso.
Per questo la mappa degli Stati Uniti in soli due anni ha cambiato colore. La guerra in Iran è certamente una delle cause primarie della vittoria dei democratici, non perché contrari alla guerra di per sé ma perché da quella guerra è derivato un rincaro del petrolio pesantissimo per una popolazione di decine di milioni di persone che ha nel trasporto su gomma la sua priorità lavorativa. Così i dazi che tanto piacciono all’amministrazione Trump ma che, di fatto, si sono trasformati in un boomerang con i prezzi soprattutto di generi alimentari saliti alle stelle e che neanche la ripresa economica, che pure c’è - eccome - è riuscita a contenere.
Errori “tattici” della Casa Bianca che hanno servito la vittoria su un piatto d’argento. Dare tutta la colpa a Trump, tuttavia, non sarebbe politicamente corretto. In questo disastroso risultato dei repubblicani si annovera soprattutto il fallimento del movimento Maga.
Quello che era riuscito a coinvolgere milioni di giovani, illudendoli di un futuro dorato a portata di mano. Così come gli afroamericani e gli ispanici che avevano trovato un riconoscimento del loro essere “statunitensi” e votare per uno schieramento culturalmente ostile, perché in fondo conservatori pure loro nel proteggere una libertà faticosamente conquistata.
Presto per dire se il movimento Maga saprà resuscitare dalle proprie ceneri. Certamente però si è chiuso un ciclo. Anche per i democratici.
La vittoria in “massa” di candidati radicali rischia infatti di schiacciare la coscienza progressista e moderata del partito blu. Una deriva a sinistra dagli effetti sconosciuti nel Paese del capitalismo che potrebbe accentuare una polarizzazione del dibattito, riducendo a pericoloso scontro la dialettica politica. E in effetti è quel che è accaduto nel 2024 con gli eccessi a destra del movimento Maga ben foraggiato da Donald Trump e che si è replicato martedì scorso con esito opposto. Il discorso in parte in arabo del neo senatore musulmano Abdul El Sayed ne è la prova sconcertante.
Quale scenario dunque? Saranno due anni complessi. Anche se la presidenza è ben salda nella mani di Trump, avrà vita dura. E sì, perché nel bene e nel male, il protagonista della scena americana e mondiale sarà sempre lui. Bersaglio dei democratici, forti della maggioranza al Congresso e dunque in grado di frenare le leggi, condizionare nomine strategiche, rallentare fondi e aprire inchieste sulla sua amministrazione. Un gioco sin troppo facile ma poco remunerativo.
Trump non sarà ricandidato alla Casa Bianca, quindi colpire lui renderà più facile, per certi versi, la campagna elettorale del candidato repubblicano.
Che sia Marco Rubio o JD Vance, in continuità con il tycoon ma persone diverse. La strada dunque, in prospettiva, potrebbe essere più ostica proprio per i democratici che si troveranno a correre con un candidato nuovo, poco conosciuto e dopo due anni di accuse e lamentele sfiancanti anche per i più fedeli ed ostinati elettori.
Quello del midterm insomma è un giro di boa verso un traguardo ben più arduo.
