Il voto ridisegna gli equilibri politici israeliani, ma non scioglie il nodo della governabilità. Benjamin Netanyahu perde la maggioranza parlamentare, ma il suo partito resta il primo sulla scena politica e il premier conserva margini di manovra. A fare il punto è Tamar Zandberg, già ministra israeliana, che invita a partire dai numeri: «Netanyahu ha perso la sua maggioranza. Prima disponeva di 68 o 69 seggi su 120, ora ne ha 53». Lo scrutinio è ancora in corso, ma il ridimensionamento del suo blocco apre una nuova fase di negoziati, senza che sia già definita un’alternativa.
La partita, tuttavia, è tutt’altro che chiusa. Il fronte che si contrappone a Netanyahu riunisce forze di destra, centro, sinistra e rappresentanze arabe, con sensibilità e priorità differenti. Proprio questa eterogeneità rende complesso trasformare i consensi in una maggioranza capace di sostenere un esecutivo. A pesare è anche il rapporto con i partiti arabi israeliani, la cui eventuale partecipazione al governo continua a incontrare resistenze in una parte dell’elettorato ebraico. Nel frattempo, Netanyahu può cercare nuovi alleati oppure puntare a nuove elezioni. «È ancora da vedere quale strada verrà scelta», osserva Zandberg.
Tra le formule già sperimentate, quella del governo Bennett Lapid del 2021 e 2022, sostenuto da partiti di diversa estrazione, potrebbe tornare al centro del confronto. «È, di fatto, l’unico modello possibile per un governo alternativo all’attuale blocco», sostiene l’ex ministra. Una coalizione trasversale richiederebbe un equilibrio delicato tra forze politiche distanti e non rappresenta un esito scontato. Zandberg ritiene che l’attuale maggioranza non rispecchi l’orientamento prevalente dell’opinione pubblica israeliana.
A condizionare il voto resta inevitabilmente il 7 ottobre 2023. A tre anni dall’attacco di Hamas, la società israeliana continua a fare i conti con le sue conseguenze. «È ancora traumatizzata, sta ancora leccandosi le ferite», afferma Zandberg, secondo cui il Paese non ha pienamente elaborato quanto accaduto. Netanyahu, osserva, ha perso circa un quarto della forza parlamentare che aveva prima del 7 ottobre e il suo blocco è oggi il più debole dal 2006. Un ridimensionamento significativo, che tuttavia non ha cancellato il primato del suo partito né prodotto un’alternativa in grado di governare.
Uno degli elementi più rilevanti emersi dalle urne riguarda la partecipazione della minoranza araba. Per la prima volta, secondo Zandberg, l’affluenza degli arabi israeliani ha raggiunto e persino superato quella degli elettori ebrei. La rappresentanza araba nella Knesset potrebbe così salire dal tradizionale 8 per cento dei seggi al 15 o 17 per cento, avvicinandosi al peso demografico della comunità, pari a circa un quinto della popolazione. «Per la prima volta, la politica israeliana si trova davanti a uno specchio molto più fedele della società», afferma. Una maggiore partecipazione potrebbe incidere sia sulle strategie dei partiti arabi sia sull’approccio delle forze ebraiche al loro ruolo nelle istituzioni.
Ma quale significato avranno queste elezioni nel lungo periodo? La stessa Zandberg invita alla cautela: «Per molto tempo sono state descritte come le elezioni più importanti della storia di Israele. A meno di 24 ore dal voto, forse posso dire che non è così. La politica è uno strumento. Mi auguro che i nostri leader sappiano utilizzarlo al meglio».
