Le forze militari statunitensi lasceranno oggi le ultime basi presenti in Iraq, mettendo fine a una lunga presenza militare. Mentre le milizie armate pro-Iran festeggiano la notizia come una vittoria, però, molti analisti avvertono i rischi possibilmente derivanti da un vuoto che potrebbe rafforzare Teheran e dare nuova linfa allo Stato Islamico.
Il ritiro è il frutto di quanto concordato nel 2024 durante l’amministrazione Biden e poi proseguito con quella Trump. Una scelta che elimina un contrappeso strategico verso i Pasdaran.
Per Abu Mujatba al-Yasiri, dirigente della “Resistenza islamica in Iraq” (milizia filo iraniana), l’evento segna “una vittoria storica e una sconfitta schiacciante del progetto americano”. Frena invece, dal lato sunnita, lo sceicco Abd al-Rahman al-Zobaie di Falluja, che sottolinea: “L’Iraq non è ancora del tutto pronto ad assumere pienamente la responsabilità della sicurezza. Tutti gli iracheni aspirano alla sovranità completa, ma temono il vuoto che potrebbe crearsi con l’uscita della coalizione a guida americana”.
Il destino sospeso potrebbe infatti rinvigorire cellule terroristiche legate a ISIS. Un “rialzo del morale” secondo il comandante curdo Sirwan Barzani. Il colonnello Khaled al-Bayati, responsabile a Kirkuk, ha affermato che lo Stato Islamico cerca di “dimostrare di essere ancora capace di attacchi sanguinosi”.
Le truppe americane invasero l’Iraq nel 2003, si ritirarono a fine 2011 e tornarono nel 2014 per sostenere le forze locali contro lo Stato Islamico fino al 2017. Negli ultimi anni Baghdad ha mantenuto rapporti stretti sia con Washington sia con Teheran
