La Francia brucia, ma non da oggi. A mettere a ferro e fuoco le città francesi sono sì molti giovani e studenti, ma è ingenuo o in malafede chi parla di proteste per le condizioni delle scuole. Se solo un paio di settimane fa aveva fatto notizia la Francia cristiana che accoglieva con folle oceaniche Papa Leone, oggi la Francia islamo-comunista reclama il centro della scena. Il presidente Trump ha ben fotografato la situazione: “Quanto sta accadendo è nientemeno che un’immigrazione di massa fuori controllo, è l’islam che vuole prendere il sopravvento”. Bandiere algerine, marocchine e dell’inesistente Stato palestinese; studenti che cantano le lodi di jihadisti, persino della mente del Bataclan; giovani maghrebini e ragazzine bianche che si filmano mentre profanano una chiesa sulle note di un brano rap che celebra i terroristi. Le condizioni delle scuole nelle banlieus non sono ovviamente identiche a quelle dei quartieri “ricchi”, ma i figli degli immigrati hanno avuto sanità e scuola gratuita, case popolari, sussidi di ogni genere, cittadinanza. Insomma, più opportunità, libertà e diritti di quanti ne avessero i loro genitori nei Paesi di origine. Tutto grazie al lavoro e alle lotte di generazioni di francesi.
Eppure, l’integrazione ha fallito. Non perché non abbiano avuto gli strumenti per integrarsi, ma perché ci odiano, odiano la Francia e l’Europa per ciò che sono, per i valori e la cultura su cui si fondano. Vent’anni fa lo scontro di civiltà che molti non volevano vedere veniva da fuori, dai confini dell’Occidente. Oggi è dentro, ce lo siamo portati in casa. Gli studenti dei quartieri centrali parlano di “convergenza” della lotta. La saldatura è innegabile e ci parla di una scuola ideologizzata, centro di indottrinamento e incubatrice di islamo-comunismo. Un virus che ha già infettato le istituzioni. “La violenza può essere legittima”, sostiene il sindaco di Saint-Denis, Bally Bagayoko, ripreso in piazza scortato da uomini a volto coperto mentre tenta di fare da scudo ai violenti di fronte alla polizia. L’eurodeputata Rima Hassan, eletta con La France Insoumise e imputata per “apologia del terrorismo”, ha buttato giù e calpestato le bandiere di Israele e Ue ad una mostra commemorativa del 7 Ottobre.
La resa del fragilissimo governo macroniano è nelle parole del primo ministro Lecornu, che ha disposto la sospensione della normale attività didattica nei licei fino a venerdì 9 per consentire momenti di confronto definiti “tempi di democrazia interna”. Ma questo non è un ’68, non si risolve con qualche assemblea. È l’Intifada a lungo invocata dalla sinistra, che si illude di arruolare i “nuovi europei” nella sua lotta politica, senza rendersi conto di essere il cavallo di Troia dell’islamismo. Per fortuna in Italia abbiamo un governo diverso, ma non bisogna sottovalutare i rischi di contagio. Primo, perché anche da noi sono visibili segni della saldatura tra seconde generazioni, islamismo e sinistra ProPal. Secondo, perché qualcuno a sinistra sta già soffiando sul fuoco, sostenendo che gli studenti avrebbero tutte le ragioni a protestare e indicando come pretesto le ragionevoli nuove norme che limitano la presenza di alunni stranieri in classe e vietano il velo integrale nelle scuole.
