È solo l’inizio di un confronto politico interno ai partiti. E come ogni tornata elettorale si va alla resa dei conti. Più serrata, ovviamente in casa degli sconfitti repubblicani. Non meno incalzante in quella dei vincitori democratici. Partiamo con i primi. Il segnale più forte è arrivato ieri sera con il post del presidente Donald Trump: «Sono lieto di annunciare che Stephen Miller, attuale vice capo dello staff dell’Amministrazione Trump e uno dei miei consiglieri più fidati, assumerà la carica di capo dello staff a partire da lunedì 9 novembre 2026». A seguire: «Susie Wiles ha fatto un lavoro eccellente. Voglio ringraziarla per il servizio prestato in qualità di capo dello staff - si legge nel messaggio - Ha fatto un ottimo lavoro!». Una decisione che cambia radicalmente gli equilibri all’interno del partito repubblicano e i rapporti con la Casa Bianca. La Wiles, “mente” delle campagne elettorali del Gop degli ultimi decenni era considerata la «presidente ombra». A lei il potere di intercedere con il tycoon, di nominare i responsabili chiave del partito, tra questi i potentissimi capi dei comitati per la raccolta fondi. Il suo “licenziamento” indica la volontà - forse tardiva - di Trump di riavvicinarsi alla vera base repubblicana. «Oggi è il mio ultimo giorno come Capo di Gabinetto della Casa Bianca. Servire il presidente Trump alla Casa Bianca è stato l’onore di una vita», il messaggio su X della Wiles che chiude così una carriera iniziata giovanissima con Ronald Reagan. Miller, chiamato «il falco» è l’ideatore delle politiche sull’immigrazione, da oltre dieci anni al fianco di Trump, è uno dei suoi consiglieri più fidati. E più radicali. Il prossimo nome sulla lista è quello del Segretario alla Difesa, anzi alla «guerra» come si è nominato, e capo del Pentagono, Pete Hegseth. Mentre l’ira del tycoon si abbatte su chi considera colpevole della sonora sconfitta alle midterm, nel partito il dibattito sul futuro candidato alle presidenziali del 2028 è già cominciato e rischia di diventare assai scivoloso.
In un’intervista rilasciata alla Nbc, il Segretario di Stato, Marco Rubio ha smentito l’esclusiva del britannico Independent sulle sue imminenti dimissioni per poter distaccarsi dal presidente Trump e correre per la Casa Bianca. «Sono pronto a sostenere il mio grande amico JD Vance, qualora decida di correre per la Casa Bianca. Non parlerò più del 2028, letteralmente», ha premesso Rubio. Ma in politica mai dire mai e scoprire le carte prima di una ricomposizione del partito potrebbe risultare letale per qualsiasi papabile candidato alla nomination presidenziale. La base repubblicana, o meglio, quella più “distante” dal mondo Maga del presidente invece ha dato vita ad un acceso dibattito che qualcuno vorrebbe trasformare in primarie anticipate del partito. Tra questi i sostenitori del governatore della Florida, Ron DeSantis. Già prima del voto il 49enne al secondo mandato in Florida non aveva escluso una sua candidatura per il 2028, e i risultati elettorali di martedì sembrano aprire uno spazio di manovra prima impensabile. Per molti autorevoli esponenti Gop né Vance né Rubio sarebbero in grado di recuperare il margine di vantaggio dei democratici, meglio puntare su volti al momento estranei al governo Trump. DeSantis, appunto e il senatore texano Ted Cruz.
Il senatore repubblicano appare oggi come una sorta di sopravvissuto dopo la storica elezione in Texas, dove i democratici hanno eletto l’altro senatore, James Talarico, la governatrice, Gina Hinojosa, nell’ambito di un’onda blu nello stato dla oltre trent’anni roccaforte Gop. In un lungo post, il senatore, che è stato un avversario di Trump nelle primarie del 2020, ha analizzato dimensioni e cause della sconfitta Gop nel suo stato e nel Paese, definita «non solo un’onda blu, uno tsunami blu, un calcio nel sedere, un ripudio degno dei tempi del Watergate. Gli alimentari sono troppo cari, la benzina è troppo cara, il diesel è troppo caro, l’assicurazione è troppo cara, la vita è troppo cara», ha detto nel suo podcast il repubblicano che punta il dito contro i dazi e la guerra in Iran di Trump, offrendosi per guidare una rimonta, in Texas e nel Paese, che fa appunto pensare alla nomination per il 2028. «Ricostruiremo un vero partito dei colletti blu, non abbracciando il socialismo ma essendo veri conservatori che credono nel libero mercato», la promessa conclusiva.
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