«Non essendo ravvisabili gravi indizi di colpevolezza a carico di Youssef Sehir in ordine ai reati contestati va respinta la richiesta di convalida del fermo» avanzata dal Pubblico Ministero, così come quella di «misura cautelare» disposta sulla base dei «gravi indizi di colpevolezza» formulati dalla procura.
Così si concludono le 37 pagine dell’ordinanza con la quale la gip Tiziana Landoni non ha convalidato le misure cautelari chieste per Sehir, l’attivista trentenne che secondo la procura di Milano sarebbe l’amministratore di una pagina Instagram da 50mila follower e di un gruppo Telegram da 11mila iscritti riconducibili al “Movimento 17 ottobre”, finito al centro di un’indagine dopo gli incidenti andati in scena in varie piazze d’Italia durante i cortei delle scorse settimane.
Un’ordinanza che ribalta completamente la ricostruzione del pm, scatenando in pochissimo tempo da una lato una tempesta di polemiche, dall’altro le esultanze di una pezzo della sinistra. E ciò per due ragioni fondamentali: da una parte, perché le motivazioni sottostanti alla non convalida del fermo cercano di contestare l’intero impianto accusatorio della Procura, dai reati ipotizzati di istigazione a delinquere (con l’aggravante della finalità di terrorismo) e di violenza organizzata nelle manifestazioni pubbliche fino a al significato delle singole circostanze messe in rilievo; dall’altra perché la firma della gip appare in calce ad un «Appello dei Giuristi per Gaza» lanciato il 30 settembre 2025 e sottoscritto da più di tremila professionisti del settore, nel quale si contesta una «violazione sistematica e protratta del diritto alla vita e degli altri diritti fondamentali della popolazione civile di Gaza» e si invita i firmatari a leggere un testo sul tema «ogni giorno pubblicamente nelle aule di udienza».
Nell’ordinanza, in sostanza, per l’attivista ProPal la gip non prospetta «il ricorso ad azioni violente o l’adozione di altri comportamenti integranti fattispecie di reato», e lo scagiona dall’aver «evocato le gravi violenze verificatesi nelle giornate del 17 e 18 ottobre 2026 (da lui neppure menzionate) quale modello di attuazione delle forme di protesta e di mobilitazione collettiva da lui proposte», disconoscendo di fatto l’esistenza dei «gravi indizi» di reato. Ciò nonostante le accuse formulate dal pm fossero ben circostanziate e supportate da elementi concreti, a cominciare dal pericolo di fuga, presupposto dalla Procura e alla base della richiesta delle misure cautelari. Gli inquirenti avevano sostenuto che «Sebbene italiano di seconda generazione», anche «in relazione al suo profilo personale», Youssef avrebbe «dimostrato di avere particolari abilità e capacità di muoversi e di aver contatti relazionali che lo potrebbero aiutare a far perdere le sue tracce». Per la gip, invece, non vi sarebbero elementi «concreti su cui ancorare la ragionevole probabilità» che senza il provvedimento di fermo «si sarebbe dato alla fuga»; un giudizio basato, tra le altre cose, sul fatto che l’assenza dalla propria abitazione del trentenne durante la perquisizione del 23 ottobre non fosse legata al tentativo «di sottrarsi alle investigazioni» ma fosse per così dire casuale.
L’ordinanza deve però fermarsi davanti ad alcune evidenze: ad esempio, viene confermato che l’account che gli inquirenti hanno ritenuto essere il gestore dei gruppi e delle pagine social del “Movimento 17 ottobre” sia riconducibile all’utenza del trentenne. Così come non viene smentita la ricostruzione della procura sugli ormai famigerati messaggi per la convocazione delle «piazze segrete» - in sostituzione di quelle già annunciate nelle manifestazioni del 24 ottobre scorso - presenti nella sezione «Comunicati» della chat Telegram. Nel pc di Youssef, si legge nell’ordinanza, erano in effetti presenti «due messaggi programmati, con invio automatico, per le ore 14:30 e 15:30» del 24 ottobre; messaggi con i quali sarebbero stati informati gli utenti/manifestanti prima dei luoghi «segreti» di raduno nelle varie città, poi della «piazza finale in cui convergere tutti». Messaggi in realtà mai partiti, poiché Sehir è stato fermato poche ore prima dell’invio.
Pur ricordando che per lui «Non vi sono diretti riferimenti alla commissione di atti di devastazione e saccheggio», la Procura sostiene che i messaggi in questione avrebbero fatto parte di una più ampia «strategia rivoluzionaria attraverso la pubblicazione di comunicati utili a concentrare in piazza migliaia di persone pronte a tutto», capace di «incanalare la rabbia sociale emersa dalla guerriglia urbana di Milano per alimentare una strategia di tensione continua su scala nazionale». Anche attraverso, scrive la Procura, «precise indicazioni e istruzioni sulle modalità organizzative delle manifestazioni, sulle strategie per eludere i presidi delle forze dell’ordine» e affrontare la piazza. Tutte “istruzioni” che sarebbero state rinvenute nei “vademecum” - una «Guida pratica per la difesa in piazza» in parte pubblicata, in parte rinvenuta sul pc dell’attivista - che suggerivano quali comportamenti adottare in caso di cariche della Polizia, quali indumenti indossare durante i cortei e in che modo gestire le piazze. Tutte circostanze che secondo la gip evidentemente non sono state sufficienti a convalidare il fermo. Riproduzione riservata
