Un appuntamento fisso. Il giovedì gnocchi, il venerdì sciopero. Con l’arrivo dell’autunno, i sindacati politicizzati tornano alle abitudini più consolidate. Quelle cioè di organizzare manifestazioni che poco o nulla hanno a che vedere con le condizioni di lavoro dei propri assistiti. Proteste finalizzate a puntare il dito contro il governo di centrodestra, invettive nei confronti di dinamiche internazionali tanto complesse quanto banalizzate dalle stesse associazioni di categoria. E così, domani, nuovo giro, nuova corsa. Stavolta è l’Usb (unione sindacale di base) ad aprire le danze, nonostante la richiesta esplicita di posticipare la sospensione dal lavoro e le infinite polemiche che questa decisione ha portato con sé.
La Commissione di Garanzia ha infatti chiesto al governo di procedere con «la precettazione dello sciopero dei trasporti» dentro lo sciopero generale del 30 ottobre «con la scusa della franchigia per la ricorrenza del 2 novembre». Lo ha riferito Usb, facendo sapere che ieri il ministero dei Trasporti ha convocato il sindacato all’interno della procedura che può portare a far emettere dal ministro Matteo Salvini «un’ordinanza di precettazione per i settori dei trasporti». Nel pomeriggio di ieri è giunta l’ufficialità: il ministro dei Trasporti Matteo Salvini ha firmato l’ordinanza di precettazione. Una decisione che ha letteralmente infuocato il clima e non ha condotto il sindacato a più miti consigli. «Un ordine sbagliato e illegittimo, al quale disobbediamo hanno affermato i leader di Usb, confermando lo sciopero per l’intera giornata - accollandosi le sanzioni che sono pesantissime ma nella consapevolezza che queste siano illegittime». Sono previste manifestazioni in 40 città che coinvolgono tutte le categorie del lavoro pubblico e privato, dalla sanità alla scuola, passando per i trasporti e i servizi portuali. «L’atto di ordinanza ministeriale firmata dal Ministro Salvini appena arrivata a Usb conferma la deriva autoritaria di questo governo - si legge in una nota -. È rimasto inascoltato il nostro invito, quello di tenere in considerazione la situazione di forte crisi generale e di forte tensione popolare. Un’altra scelta repressiva che impedisce lo strumento del conflitto previsto dalla costituzione a disposizione dei lavoratori e che rischia solo di esacerbare gli animi e gettare altra benzina sul fuoco».
In tutta questa vicenda l’aspetto più grottesco non è nemmeno la risposta piccata del sindacato, ma i motivi di questa protesta. Che, per l’ennesima volta, hanno voluto mettere insieme fragole e cicoria, cioccolato e spezzatino. Da una parte delle ragioni che, condivisibili o meno, sono di seme, come si dice in gergo, attengono cioè alle prerogative di un’associazione di categoria. «Interventi sulla condizione economica generale (che, in realtà, vuol dire tutto e nulla) e interventi sui salari e sulle pensioni». È nella seconda parte dell’elenco delle cause scatenanti della protesta che si evidenzia quanto questo sciopero sia dannatamente politico e solo in minima parte orientato a migliorare le condizioni di vita dei lavoratori. «Stop alle politiche di riarmo e di sostegno a Israele e all’Ucraina. Contro tutte le misure di polizia, contro le scelte istituzionali discriminatorie». Un menù davvero difficile da digerire, anche per uno stomaco forte.
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