Lascia poco spazio all’interpretazione l’account social di Youssef Siher, il ragazzo nato a Brescia e di origini marocchine fermato ieri dalla Polizia perché considerato il presunto fondatore del «Movimento 17 ottobre». Dietro il profilo del giovane attivista, rappresentante universitario, giornalista freelance e ricercatore ben inserito nel tessuto sociale, si nasconde infatti l’identikit di una persona che non fa mistero sui suoi canali pubblici di una militanza ProPal fortemente intrecciata all’islamismo. La didascalia che apre la sua pagina Instagram è già tutto un programma: «Non puoi sconfiggere coloro che credono che la morte non sia la fine».
Scorrendo i 173 post pubblicati finora, ci si accorge che il radicalismo non è un dettaglio, ma l’essenza stessa di una ideologia che individua nell’Occidente il nemico principale: dallo striscione contro «l’imperialismo e il sionismo» al fianco della «resistenza palestinese», fino a palesi e plurimi tentativi di revisionismo storico. La rilettura del passato non tocca solo la Brigata Ebraica, che secondo Youssef non apparterrebbe alla lotta di liberazione italiana, ma anche la Seconda guerra mondiale: «Senza contesto possiamo dire che Hitler nella primavera del 1945 stava eroicamente difendendo la Germania dall’invasione dei terroristi americani, russi e inglesi».
La deriva è totale e arriva perfino, l’indomani del pogrom compiuto da Hamas il 7 ottobre 2023, alla pubblicazione di una schermata nera con la scritta «I am palestinian». Nello stesso giorno, peraltro, in cui il giovane ha commentato su X con le parole «Allahu Akbar» un post di solidarietà a Israele del ministro Matteo Salvini. Le lodi divine «alhamdulillah» - appaiono anche sotto al messaggio di condoglianze inviato dal vicepremier Antonio Tajani per la morte di un riservista italo-israeliano nel 2024. Frequenti sono infatti i riferimenti religiosi e le citazioni del Corano, come la Sura Al-Hajj (22:39) che recita: «È dato il permesso di combattere a coloro che sono attaccati, perché hanno subito un’ingiustizia. E Dio ha certamente il potere di soccorrerli». L’odio non è rivolto soltanto verso Israele, che Siher non riconosce e anzi definisce «entità sionista», ma anche contro gli apparati dello Stato italiano. A partire dalle forze dell’ordine. In una foto di settembre 2025, che mostra una barricata a separare la polizia da un corteo proPal, segue la didascalia: «Arriverà il giorno in cui romperemo quel muro di vetro dietro il quale vi nascondete».
Interessanti anche le sue esternazioni politiche. Soprattutto la dicitura di «falsi amici» che utilizza per spiegare il rapporto tra l’Islam e le sinistre occidentali colpevoli di non adottare «un’idea pienamente radicale di rottura con il sistema occidentale attuale» e per questo considerate anch’esse «parte del problema». Più preoccupante, invece, la ricondivisione del video di una bambina gazawa che in una intervista dice: «Rimarrò salda alla mia terra, fino all’ultima goccia di sangue. Il mio sangue è palestinese».
Le frasi non si limitano all’esaltazione dell’estremismo, ma assumono connotati inquietanti nel richiamo all’Islam come elemento centrale «nella teorizzazione della lotta anticoloniale palestinese». Non semplici idee, ma il sintomo di una radicalizzazione che, partendo dalle parole, rischia di far culminare in atti di violenza anche chi le ascolta.
