Fa ancora discutere la notizia che il Tribunale del lavoro di Roma ha respinto il ricorso d’urgenza con cui Sigfrido Ranucci chiedeva di tornare a Report in qualità di conduttore e capoautore. Ai vertici della Rai la decisione è stata accolta con evidente soddisfazione, chiudendosi in tal modo, almeno per ora, una vicenda che per tre mesi ha impegnato i dirigenti tra riunioni, comitati e audit, con un clima fatto di cautele, silenzi e qualche uscita infelice che avrebbe potuto compromettere l’intera linea aziendale.
La partita non è però chiusa, dal momento che i legali del giornalista hanno già annunciato che ricorreranno nel merito. Intanto però l’ordinanza ha due conseguenze. La prima è immediata: non vi sono i tempi tecnici per riportare Ranucci alla guida del programma prima dell’8 novembre, quando partirà la nuova stagione. Sul conduttore pende ancora una sospensione di dieci giorni, che l’azienda teneva in serbo come piano B per impedirne il rientro nel caso in cui il Tribunale gli avesse dato ragione. La seconda conseguenza, per diventare definitiva, richiede una sentenza di merito dello stesso orientamento.
Il passaggio più rilevante è che la giudice Donatella Casari ha escluso l’ipotesi della persecuzione politica, su cui si reggeva il ricorso di Ranucci. Alla Rai è stato riconosciuto il diritto di cambiare i propri conduttori e ciò è utile a riportare serenità in redazione. Ed è infatti un paradosso che, a motivare la conferma della rimozione, siano stati proprio i contrasti tra Ranucci e i suoi «ragazzi con la schiena dritta». La sentenza richiama le «velate accuse» di «tradimento ad opera di alcuni» e di «volontà carrieristiche di altri», che hanno fatto emergere una «profonda frattura» tra «la quasi totalità dei membri della redazione in assemblea (47 su 49) e il dott. Ranucci».
Intanto sono andati in onda i primi promo della nuova edizione di Report, con l’intera squadra e i due nuovi conduttori, Claudia Di Pasquale e Daniele Piervincenzi, sorridenti davanti alla telecamera. Il direttore dell’Approfondimento Paolo Corsini commenta: «Contento io? Certo ma di aver fatto la cosa giusta, come mi è stato riconosciuto». Nelle ultime settimane era stato lui a portare sulle spalle il fardello più gravoso della strategia aziendale, compreso il rischio di una sconfitta clamorosa, mentre l’ad Giampaolo Rossi era rimasto più defilato. Lo stile è stato lo stesso anche ieri: nessun comunicato ufficiale, solo la dichiarazione di Federica Frangi, consigliera in quota FdI, che ha auspicato serenità e rivendicato l’operato dell’azienda.
Nessun brindisi, comunque, poiché il giudizio di merito dovrà valutare se siano adeguate le tre proposte fatte dalla Rai a Ranucci: una corrispondenza dal Cairo, oppure il ruolo di capoinchiesta al Tg3 o a RaiNews24. In caso contrario l’azienda dovrebbe individuare un’altra soluzione e il giudice potrebbe anche imporne una, magari finanche la conduzione di una prima serata. Ai piani alti c’è chi taglia corto: «Va bene, ma Ranucci non avrebbe più la sua squadra».
Quella squadra che, a quanto pare, resterà compatta. Rimane al suo posto lo stesso Giorgio Mottola, nei confronti del quale Ranucci avrebbe volentieri attuato una ritorsione e che, secondo quanto si dice, in una delle assemblee più accese avrebbe cantato «Faccetta nera» davanti a Corsini. Resta anche Paolo Mondani, inviato storico di Report, intervenuto ieri alla manifestazione di Antimafia Duemila a sostegno del programma e «Contro la censura di Stato». Mondani ha chiuso il suo intervento rivolgendosi ai colleghi: «Voglio dire loro che ce la faremo». Non proprio le parole che Ranucci avrebbe voluto ascoltare in quel giorno. Paradossale che, in ultima abalisi, siano stati proprio gli «amici» a voltargli le spalle nel momento fatidico.
