Ve lo ricordate il ’68? I diritti, la libertà sessuale, «la fantasia al potere». E poi il ’77: Bologna, gli Indiani metropolitani, Toni Negri, i sassi contro Lama. Le tesi erano spesso sbagliate, forse. Ma dietro quei giovani c’era una biblioteca: letture, idee, una visione della società. La storia ne ha smentite molte, ma non cancella la buona fede di chi cercava un mondo migliore. A vent’anni l’utopia è uno spazio da abitare: anche così ci si forma.
Io nel ’77 c’ero. Non avevamo ancora l’età per vedere i film della Fenech, ma la barba precoce e il fisico mi facevano sembrare più grande. Ero convinto che creare tensione, aggredire lo Stato e costringerlo a reagire avrebbe ridotto le libertà e risvegliato la società civile. Poi mi sono trovato davanti a poliziotti che avevano il mio stesso volto e le mie stesse paure.
Non rinnego quel comportamento: lo giudico. Ma giudico soprattutto chi usò le speranze mie e di tanti ragazzi per costruirsi una carriera, strumentalizzandoci e mentendoci. È quello che vedo accadere ancora oggi: una sinistra per cui sembra contare soltanto fare carriera, che vede nemici ovunque e non guarda in faccia nessuno. Così perde l’umanità e tradisce l’idea di società che ci era stata insegnata, dalle Frattocchie a Faggeto Lario.
I ragazzi che oggi devastano Milano appartengono a un’altra storia. Molti sono di origine straniera; soprattutto, non sembrano avere quel tessuto di letture, organizzazioni e idee dentro cui allora si formavano anche le tesi più radicali. Non c’è una piattaforma su cui discutere, né un progetto di società da mettere alla prova e poi smentire. C’è una rabbia che può diventare disprezzo per la città, per la proprietà, per chi lavora e tiene in piedi il Paese. E c’è chi quella rabbia la usa, proprio come usò noi quando eravamo ragazzi. Le persone che strumentalizzano sono spesso le stesse; i giovani, però, non sono gli stessi.
Per questo la risposta non può essere la formula rassicurante che sentiremo nei talk show: il 90 per cento erano bravi ragazzi, i disordini sono colpa di una minoranza di frange estreme. Certo che nel corteo ci sono persone perbene. Ma chi organizza non può invocare la maggioranza tranquilla per cancellare ciò che era prevedibile e non è stato fermato. E l’opposizione non può chiamarsi fuori: da Bonelli a Fratoianni, dal sindaco Sala a Landini, chi difende i vandali o legge Ilaria Salis come una figura da esibire deve interrogarsi sulla propria responsabilità.
La stessa responsabilità riguarda le testate che giustificano chi devasta e i commentatori che ogni giorno avvelenano il discorso pubblico: la polizia dipinta come nemica, il governo descritto come fascista e razzista, Giorgia Meloni indicata come causa di ogni male. Così si alimenta un clima in cui la proprietà privata e la società che lavora diventano bersagli legittimi. Questo Paese è fatto di persone che lavorano, pagano, si rimboccano le maniche e vogliono vivere in città rispettate. Non sono comparse da liquidare come privilegiati.
I cattivi maestri della mia generazione non sempre scendevano in strada con la P38 o la chiave inglese. Marcuse teorizzò una distinzione tra violenza rivoluzionaria e reazionaria; Sartre scrisse della lotta anticoloniale. Erano riferimenti che davano un lessico e una cornice alla contestazione, non una licenza a colpire. Pasolini, a Valle Giulia, si schierò provocatoriamente dalla parte dei poliziotti. Toni Negri, il dibattito sulle Brigate Rosse, Adriano Sofri e Lotta continua appartengono a una stagione diversa, che non va sovrapposta a quella di oggi. Ma resta una lezione: si può preparare il terreno alla violenza anche senza praticarla, costruendo una giustificazione sociale e morale. Penso anche ai professori che portano l’attivismo politico nelle aule. Se si alimenta l’odio e poi si assolve chi lo traduce in devastazione, la distanza tra parole e conseguenze è solo apparente.
La mia città è anche la vostra, persino se cantate Bella ciao. Per proteggerla servono regole chiare, anche temporanee: un deposito proporzionato alla dimensione della manifestazione; la responsabilità degli organizzatori per i danni; il divieto di cappucci, caschi e maschere; telecamere e controlli. Chi copre il volto va identificato e allontanato dal corteo. Si può prevedere un cordone esterno di sicurezza, anche con il supporto dell’esercito. Le misure vanno definite nel rispetto della legge, ma non possiamo continuare a contare i danni e a dire, il giorno dopo, che non era prevedibile.
Non voglio più vedere Milano ridotta così. E non voglio che altri ragazzi vengano usati da chi, dopo averli spinti verso il muro, li lascia soli davanti alle conseguenze. Anche se vi credete assolti, siete coinvolti.
