Intervista

Giovanni Giacalone: «L’islamismo corre dagli Usa all’Italia. Ma c’è ancora tempo per fermarlo»

L'analista: «L'America ci sta mostrando la capacità di penetrazione dell'Islam politico attraverso una pericolosa saldatura con la sinistra»

«Gli Stati Uniti ci stanno mostrando in anticipo le pericolose conseguenze della saldatura tra l’islamismo politico e le sinistre. L’Italia dal mio punto di vista è ancora in tempo per invertire la marcia; però bisogna avere la capacità e la volontà politica per poterlo fare. La prima c’è. La seconda vedremo». Dagli Usa all’Italia, le conseguenze dell’ascesa in Occidente dell’Islam politico spiegate da Giovanni Giacalone, analista ed esperto di estremismo islamico e terrorismo e membro dell’IDSF Institute.

Dottor Giacalone, per molti osservatori l’elezione di Abdul El-Sayed alle midterm Usa, primo senatore musulmano della storia, è l’emblema dell’unione tra una parte dell’islamismo politico e le sinistre occidentali. È così?

«Sì, certo: è un classico esempio ed anche un grosso campanello d’allarme dell’alleanza rosso-verde, che sta rendendo piede all’interno della politica occidentale. È evidente che se da un lato la sinistra, in crisi di consenso, punta al voto dei musulmani, dall’altro gli islamisti, ovvero tutta quell’area legata ideologicamente ai Fratelli Musulmani, sfruttano questa apertura a sinistra per inserirsi nel meccanismo elettorale. Con lo scopo di cambiare poi il sistema dall’interno, perseguendo tutta una serie di obiettivi».

Quali sono questi obiettivi ?

«L’obiettivo principale chiaramente è quello di inserirsi e prendere il controllo dell’establishment, del decision making e dell’apparato politico istituzionale governativo, per poi influenzare sia la politica interna che quella estera. Ovviamente in chiave anti-occidentale e a favore dei regimi islamisti e di determinate organizzazioni ad essi legate».

E quali sono i modi attraverso cui tale scopo vene perseguito?

«Il modus operandi è bene o male sempre lo stesso, e lo è fin dalla nascita della Fratellanza Musulmana in Egitto: infiltrarsi prima dal basso e poi salire. Si tratta di penetrazioni inizialmente nelle istituzioni locali e periferiche. Ciò significa che gli islamisti cercano e riescono, ahimè, a costruire rapporti privilegiati con le varie amministrazioni e i vari politici in ambito locale, presentandosi come ufficiali interlocutori delle comunità islamiche. Poi utilizzano tutta una serie di associazioni e organizzazioni ombrello. Questo associazionismo coinvolge più dimensioni: possono essere associazioni culturali che spesso sono vere e proprie moschee, ma anche scuole religiose, associazioni femminili e persino sportive. E tramite queste organizzazioni ombrello fanno rete, fanno un certo tipo di lobbying per influenzare sia le comunità islamiche, cercando un’egemonia, sia costruendo rapporti con politici locali. Per poi man mano e salire di livello fino ad arrivare a quello governativo, che è quello che abbiamo visto accadere negli Stati Uniti».

Passiamo all’Italia. Qui da noi un El-Sayed ancora non c’è, ma più di qualche avvisaglia c’è stata, specie con gli ultimi cortei e con la vicenda che ha coinvolto Youssef Sehir.

«Io mi sono fatto quest’idea: credo che esista sia una rete che è attiva da tempo. Ma c’è anche un problema che gira intorno alla Fratellanza. Non sto parlando solo dei soggetti che sono prossimi a Sehir, ma parlo più in generale di tutta la rete islamista a filo-Fratellanza in Italia. Per troppo tempo essa è stata considerata un’interlocutrice, anche istituzionale, con la scusa che fosse sì un’organizzazione estremistica, ma non terroristica. Dire una cosa del genere significa non aver capito niente di come funziona sia l’estremismo che il terrorismo».

Si sarebbe potuto prevedere e prevenire ?

«Per troppo tempo ci si è focalizzati sul jihadismo, non considerando il problema legato a questa rete islamista che nel frattempo si stava infiltrando su più livelli, anche nelle piazze. Poi con il post 7 ottobre si è palesato tutto, diventando molto più evidente. Ma non è che prima non esistesse: c’era, e si sapeva, Però non si è fatto quello che forse si sarebbe dovuto fare».

Intende dire che da parte delle classi dirigenti italiane c’è stata una sottovalutazione del fenomeno?

«Dal mio punto di vista direi sì, perché nonostante la situazione critica, io non vedo risposte energiche. Prendendo sicuramente in considerazione tutte le difficoltà che ci possono essere, però credo che qui serva tirare giù il freno a mano e iniziare a fare quello che bisogna fare, sia a livello di controllo dei finanziamenti, sia a livello di contrasto culturale ed ideologico. Perché l’islamismo professato da questi gruppi è incompatibile con tutta una serie di principi europei e italiani. La risoluzione approvata recentemente dal in Parlamento europeo sulla Fratellanza Musulmana è un primo passo. E anche se non equivale a una messa al bando automatica, è un buon inizio».

I valori della sinistra e quelli dell’Islam sono per molti versi opposti. Questo nodo verrà al pettine prima o poi?

«Ma è ovvio. Presto o tardi si scontreranno e secondo me sarà la sinistra è che andrà a farsi male. E lo stiamo vedendo negli Usa, che ci stanno offrendo in anticipo il panorama di ciò che rischia di accadere anche da noi nel prossimo futuro. L’Italia dal mio punto di vista è ancora in tempo per invertire rotta; però bisogna avere la capacità e la volontà politica per poterlo fare. La prima c’è. La seconda, vedremo».

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