Le indagini

Le “tattiche” per la piazza nel computer di Youssef

Come «sfondare gli sbarramenti» ed «evitare i lacrimogeni». Spuntano gli attacchi a Bignami (FdI) e alle «Istituzioni in divisa»

KL’ordinanza di non convalida delle misure cautelari per l’attivista e saggista ProPal Youssef Siher - ritenuto dalla procura essere il presunto amministratore degli account del «Movimento 17 ottobre» - emessa dal gip del tribunale di Milano Tiziana Landoni non smette di far discutere. Polemiche che s’ingrossano man mano che nuovi particolari sul trentenne emergono dalle carte dell’inchiesta e che stanno coinvolgendo a vario titolo politica e istituzioni.

Sono infatti molti i passaggi “controversi” interpretati da pm e gip da prospettive opposte, nonostante molti di loro appaiano piuttosto limpidi. Tra questi, spicca il documento intitolato «Rivoluzione, istruzioni per l’uso. Liberamente ispirato dal manuale della Rivoluzione egiziana del 2011» che sarebbe stato rinvenuto da gli inquirenti, si legge nel dispositivo, «all’interno di una path del notebook» di Youssef. Il documento - solo in parte «presente all’interno del gruppo Telegram del “Movimento 17 ottobre» - proponeva, secondo le carte, alcuni «obiettivi tattici della disobbedienza civile» (tre in tutto) e anche quelle che gli investigatori hanno chiamato «Fasi della mobilitazione». Una sorta di “prontuario” su come approcciare ai cortei, in cui sarebbero indicati «anche i capi di abbigliamento e accessori da indossare», come «occhiali protettivi», «Kefiah per proteggersi dai lacrimogeni», «guanti da cucina per proteggere la mani dal calore dei lacrimogeni» e «kit di pronto soccorso, antidolorifici, maalox liquido». Nel testo sarebbe anche presente una «così detta “Tattica collettiva”» dipanata in sedici punti. Al secondo di essi, ad esempio, si legge: «se le forze di sicurezza ci impediscono di proseguire corteo, gridiamo i nostri slogan e proviamo a forzare i loro sbarramenti»; al punto sei, invece, c’è scritto: «Più la folla si avvicina alle file delle forze di sicurezza, meno queste possono lanciare i lacrimogeni. E cresce la nostra pressione su di loro»; e ancora: «Sappi che i palazzi sono come torri di avvistamento a favore del movimento popolare». Tattiche che secondo la gip «non contengono riferimenti a strumenti offensivi» da «utilizzare contro le forze dell’ordine», né «istruzioni per reagire dinnanzi al lancio di lacrimogeni», con l”attenuante” che «le indicazioni del vademecum integrale» non sono «state pubblicate all’interno del gruppo Telegram».

Nel passaggio successivo dell’ordinanza si ammette però che secondo le istruzioni «i manifestanti avrebbero dovuto provare a “sfondare” lo sbarramento», ma, secondo la gip, poiché vi era anche indicato che «se le forze dell’ordine avessero”iniziato a picchiare" le prime file del corto avrebbero dovuto arretrare di qualche passo» i manifestanti «erano sollecitati a non rispondere con azioni violente». Nonostante appaia chiaro che a scatenare l’eventuale reazione della polizia sarebbe stato il precedente tentativo di sfondamento da parte dei manifestanti, esplicitamente caldeggiato nel vademecum.

Altro passaggio discusso è quello nel quale la frase «Meloni dichiara guerra al futuro di questo Paese e noi dichiariamo guerra a questo presente infame», ritenuta dalla Procura di estremo rilievo e considerata invece dalla gip non sufficiente per il reato di «istigazione a commettere delitti contro l’ordine pubblico», come contestato dalla Procura. «Si tratta di affermazioni di critica», ammette la gip, rivolta «al governo», condita sì da «toni aspri e espressioni volgari», ma che sfocerebbero «in una generica “dichiarazione di guerra” ad un “presente infame”» e dunque, aggiunge, «non nei confronti delle istituzioni dello Stato», non accompagnata «da specifici riferimenti ad azioni violente tali da indurre gli utenti a commettere atti di tal genere». Espungendo però dall’equazione l’esplicito riferimento alla premier Meloni.

Ma ci sono anche altre posizioni di Youssef che fanno discutere, anche al di fuori delle carte dell’inchiesta. In particolare, l’attivista, in un articolo apparso il 23 luglio scorso su un sito web dal titolo «Fakir e la “caccia agli stranieri” dello Stato», ha criticato il capogruppo di Fdi aIla Camera Galeazzo Bignami e tramite lui il governo. «La retorica di Bignami - scrive Youssef - è il linguaggio con cui il governo italiano di destra affronta sistematicamente ogni episodio di violenza istituzionale contro corpi razzializzati», prendendo poi di mira anche Silvia Sardone e Roberto Vannacci, tutti nel calderone di uno Stato in cui la «disumanizzazione» convivrebbe «silenziosamente e collettivamente, all’interno delle stesse istituzioni che indossano una divisa». Intanto la maggioranza dei togati del Csm hanno chiesto l’apertura di una pratica a tutela di Landoni dopo le dichiarazioni di Meloni, definite «inaccettabili», proprio sul provvedimento di non convalida del fermo di Youssef.

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