EFFETTO MIDTERM A SINISTRA

La democrazia è «risorta» solo quando vincono e ora vogliono «radicalizzarci»

I compagni esultano per il voto in America e preparano la ricetta dem made in Italy

Ma guarda un po’, è risorta la democrazia. La davano per agonizzante, per morta, per sepolta sotto la gran caligine del nazifascismo planetario. E invece rieccola, tutta ossigenata e bagnata di felicità dall’onda blu dopo l’annunciato annegamento sotto quella nera, con una turba di prefiche del giornalismo italiano che, smessi i veli del cordoglio, già si slacciano il bustino per offrirle il seno e accarezzarla con un’estrema unzione alla rovescia. Dal lutto al petting.

Si piangeva l’America perduta, ora si gode per l’America ritrovata. Il medesimo apparato lacrimale, opportunamente convertito in ghiandola lubrificante. E quel che era fino a ieri il Dies irae trumpiano s’è fatto alleluia da rotocalco, con le redazioni in fregola e i titolisti in estasi a palpeggiarsi la lieta novella: «L’America è di nuovo grande», «Il chiarore di un’alba», «La democrazia non è sparita», «Finisce l’era del populismo», «La riscossa del sistema». E poi «La valanga del mid term», «Ventata democratica», «Lezioni americane», «Una nuova speranza», «Make America dream again». Tutto un salmodiare di rinascite, un magnificat a caratteri cubitali, il cotillon della salvezza che s’avvolge nella carta stampata buona e giusta. L’America, ieri cloaca dell’Apocalisse, oggi dispensatrice di indulgenze plenarie. Basta che l’elettore indichi la preferenza per il nome benedetto e l’intero ordinamento costituzionale, già dato in pasto ai becchini, risuscita con tanto di manicure e giarrettiera delle grandi occasioni. Roba da far impallidire Lazzaro, col popolo prima bue e ora illuminato riammesso alla comunione.

La democrazia adesso sta benissimo, grazie, per quanto un presidente repubblicano che i custodi della parte giusta della storia non si fanno problemi a definire pazzo, dittatore e criminale continui a stare alla Casa Bianca e abbia intenzione di rimanerci per almeno altri due anni. E non importa che la democrazia che fino a ieri non era tale abbia avuto la maleducazione di funzionare anche durante le esequie e addirittura di far vincere gli altri, con gli sconfitti talmente autocrati da riconoscere immediatamente il verdetto.

Odorano di adolescenza, questi adultissimi tutori della pubblica ragione. Adolescenza perpetua, dalla cameretta tappezzata di incubi autoritari al fanatismo da groupie per qualunque sinistra band d’importazione. Un giorno il broncio cosmico, il giorno dopo le mutandine in aria. E non c’è elezione che non diventi psicodramma, seduta spiritica, test di gravidanza della civiltà occidentale.

Hanno votato gli americani, ed è probabile che nelle loro teste si agitassero più il conto della spesa, il prezzo della benzina, l’assistenza sanitaria, le irritazioni domestiche e le insofferenze verso Trump che non la palingenesi cara alle nostre congregazioni sedicenti progressiste. Ma il voto viene comunque battezzato, cresimato, ascritto d’ufficio al campo largo. Vuoi mettere la sublime comodità d’una rivoluzione pronta all’uso? Costoro hanno vinto. Loro, dall’Italia. Per procura, per telepatia, per inseminazione politica a distanza. Si sono imbucati al party yankee senza l’incomodo delle urne e adesso reclamano la loro fetta di bottino. Un miracolo di extraterritorialità dell’ego.

Dal successo altrui si ricava subito la ricetta per casa nostra: radicalità. Schlein, su Repubblica: «Bisogna avere il coraggio della radicalità». Conte, sulla Stampa: «Servono scelte coraggiose e proposte radicali». Entrambi audaci, entrambi duri e puri, una sola inebriante indeterminatezza. Radicali nel che, nel come, nel quanto, nel quando non è dato sapersi, né importa, purché la faccenda sia così fuori misura da non dover essere spiegata. Meglio restare nell’alto empireo dell’irriducibile che avventurarsi nelle bassezze del programma.

Frattanto si sfoglia l’album delle figurine della nuova umanità istituzionale dell’asinello d’oltreoceano. La prima nera, la prima ispanica, la prima nativa, la prima sopravvissuta a uno stupro, il primo gay dichiarato, il primo musulmano. È il collezionismo della primizia identitaria: ogni biografia una casella, ogni casella una conquista, e guai a chiedere che cosa pensino, propongano, sappiano fare questi eletti al di là della classificazione che li precede. E ad accompagnare la «nuova speranza» c’è, in prima a tutta pagina, una fotografia del primo senatore musulmano che abbraccia una donna la moglie, s’immagina della quale si distinguono il velo, l’abito larghissimo e nessun tratto somatico. Chissà se sarà radicale a sufficienza.

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