Nessuno lo conosce

Youssef Siher, è partita la corsa a scaricarlo e quella sinistra “all’ultimo miglio”

Il Partito Comunista dei Lavoratori ha promosso una campagna di solidarietà con il fermato, utilizzando lo slogan “Free Youssef”

La posizione di Youssef Siher non è ancora chiara ma intanto è partita la corsa a scaricarlo.

L’Ispi, Istituto per gli studi di politica internazionale, appena uscita la notizia ha pubblicato una nota per dire che Siher aveva solo fatto uno stage da loro nel 2024 e «da allora non ha più collaborato con l’Istituto».

Il Fatto Quotidiano ha raccontato che sì Siher ha fatto uno stage nel 2022 per poi collaborare con il giornale fino al 2025, «anno in cui ha firmato due pezzi sulle rivolte in Tunisia» per poi aggiungere che «ha scritto un pezzo anche per Il Foglio».

E così, a sua volta, Il Foglio, fra le pieghe di un articolo sulle manifestazioni, ha replicato che «Siher non era un collaboratore del Foglio, con cui ha pubblicato un singolo articolo nell’aprile del 2022».

All’appello manca solo Mercor, la startup americana di intelligenza artificiale, per cui lavorava da gennaio.

Fra i politici poche dichiarazioni sull’argomento, fatta eccezione per chi, nel centrodestra, chiede alle opposizioni di prendere le distanze. A rispondere da sinistra sono Alaeddine Kaabouri, consigliere comunale a Thiene, in provincia di Vicenza, per Alleanza Verdi e Sinistra italiana, Ilaria Salis, europarlamentare di Avs e il Partito comunista dei Lavoratori.

Il primo ha espresso «solidarietà e sostegno a Youssef Siher» e agli altri giovani coinvolti negli accertamenti; non esattamente una presa di distanza dai disordini di piazza. «Manifestare il proprio dissenso non è un crimine» ci ha fatto sapere Kaabouri, difficile non trovarsi d’accordo, l’abbiamo scritto in tutte le salse: manifestare non solo non è un crimine, ma è un diritto costituzionalmente riconosciuto, mentre devastare una città e saccheggiare i negozi è un reato.

La compagna di partito Salis ha pubblicato sui social un messaggio a sostegno dei giovani scesi in piazza il 24 ottobre. Sono «la meglio gioventù di questa Italia sofferente» e aggiungendo: «I movimenti sono la nostra speranza e la nostra forza. Avanti tutta!». Certo che chiedere alla Salis un commento sui movimenti è il classico gioco dell’oste che decanta le qualità del suo vino. Però è difficile comprendere come non si riesca a distinguere chi manifesta da tutto il resto che di politico e di contenutistico ha ben poco, anzi se tollerato, anche solo attraverso il silenzio, rischia di adombrare tutte le ragioni del dissenso di cui parla Salis.

Il Partito Comunista dei Lavoratori ha promosso una campagna di solidarietà con il fermato, utilizzando lo slogan «Free Youssef», accompagnato dallo slogan «Viva la lotta anticapitalista e antifascista!» e «Socialismo o barbarie». Anche qui il cortocircuito è di quelli difficili da eludere. Esattamente da quando la lotta anticapitalista prevede l’assalto alle vetrine per accaparrarsi un paio di Nike?

Non vorremo mica nobilitare quegli assalti come un moderno assalto ai forni di manzoniana memoria o come espropri proletari?

Il dibattito è avvitato. Invece di parlare dei temi che chi manifesta porta in piazza, di proporre una visione alternativa del Paese e del mondo, ci si imbriglia in una lunga e complessa serie di analisi antropologiche sui motivi dei disordini. Eppure il meccanismo è semplice: distinguere chi manifesta da chi sfascia per evitare di farne un grumo indistinguibile in cui tutto finisce inevitabilmente per perdere di senso.

«Ora c’è l’ultimo importante miglio» ha annunciato Schlein dal palco di Montepulciano. Testardamente unitari, testardamente sordi.

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