Youssef Siher «ha fortemente intimidito e cagionato timore nella popolazione che ha visto schierati nelle città di Milano e altrove spiegamenti di forze di polizia e financo l’esercito creando così la percezione di una situazione di grave pericolo». Questo il cuore dell’accusa mossa dalla procura di Milano a Siher, fermato per «istigazione a delinquere e terrorismo» per la sua presunta attività di promotore del Movimento 17 ottobre, che ha rivendicato le devastazioni nelle città italiane contro il Governo. Lo scrive la gip Francesca Crupi nel provvedimento di fermo. Siher è considerato dagli inquirenti «istigatore, agitatore, colui che voleva mettere il cappello politico su un movimento potenzialmente pericoloso». Un ritratto chirurgico, quello fatto da chi indaga, così come l’operazione della Digos che lo ha fermato sabato, prima che i manifestanti potessero scoprire in quali piazze radunarsi a Milano così come a Roma.
Siher, 30 anni, italiano di origine marocchina, ricercatore dei movimenti politici islamici, laureato in Comunicazione e con un master in Scienze politiche all’Università degli Studi di Milano, è anche un giornalista freelance (ha collaborato anche con Il Fatto quotidiano); ma è anche un attivista pro Pal, e insieme alla moglie Sagia Hammoud (indagata), mediatrice culturale che vive a Como, è amministratore della pagina «Movimento 17 ottobre». Una pagina «pericolosa», che conta oltre 48 mila follower, così come l’omonima chat su Telegram che sfiora i 9.500 contatti, nata dopo gli scontri di otto giorni fa.
All’interno del notebook che gli è stato sequestrato è stato trovato un file denominato «Rivoluzione, istruzioni per l’uso», in parte simile a quello trovato nel canale Telegram, liberamente ispirato al manuale della Rivoluzione egiziana del 2011. Il testo - che fa parte del materiale sequestrato dalla Digos - individua tre obiettivi principali: «manifestare il proprio dissenso, coinvolgere il maggior numero possibile di persone e proteggere i partecipanti alla protesta. In seguito, descrive le diverse fasi della mobilitazione, dalla riunione iniziale tra amici, conoscenti e compagni fino alla marcia verso un punto di ritrovo prestabilito». Suggerisce inoltre di coinvolgere i passanti e gli abitanti, per ampliare la partecipazione, mentre una serie di illustrazioni spiegano tattiche di guerriglia per contrastare le forze dell’ordine.
Non deve rispondere di devastazioni o saccheggi, quelle violenze che hanno portato all’ultimo decreto del governo per frenare i cortei violenti. L’accusa - quella che per il codice penale rientra nell’istigazione a delinquere aggravata dalla finalità di terrorismo - è quella di aver fatto da un lato da «attivatore, da collante, di aver strizzato l’occhio al mondo antagonista» e dall’altro di «aver spinto i “maranza” e il vasto popolo dell’antagonismo, la cui potenzialità devastante ha messo in ginocchio il centro di Milano». Siher avrebbe incanalato uno sciame che, in pochi giorni, è diventato numericamente pericoloso. Avrebbe indicato manuali per la guerriglia, opuscoli per come proteggersi e scappare in caso di pericolo in piazza, ricette per alzare il tiro dello scontro. Una presunta natura eversiva per cui è scattato il fermo aggravato anche dalla nuova norma che punisce la violenza organizzata nelle manifestazioni pubbliche. Avrebbe inoltre generato paura, la psicosi che ha portato a chiusure generalizzate di negozi, a chat che hanno agitato giovanissimi. Parole che si sono trasformate in allarmi reali sulla sicurezza e che gli costano il provvedimento firmato dalla procura di Milano.
Siher, al momento, è nel carcere di San Vittore in attesa della convalida davanti al gip. A Genova, intanto, sono in corso approfondimenti su ipotetici contatti o legami tra Youssef Siher e il gruppo coinvolto nell’indagine della Dda genovese sui finanziamenti ad Hamas che aveva portato all’arresto di Mohammad Hannoun, presidente dell’Associazione palestinesi in Italia. L’obiettivo degli accertamenti è verificare se vi siano stati contatti tra Siher e i gruppi accusati di aver finanziato Hamas. L’identikit del trentenne era già stato tratteggiato in passato da 007 e investigatori, perché aveva lodato via social Hamas per l’attacco del 7 ottobre 2023.
