L'analisi

Gabrielli e il doppio volto sulla sicurezza. Dimentica le svolte autoritarie del passato

Era sottosegretario quando furono vietati i cortei «No green pass». Oggi parla di «militarizzazione»

Chissà se almeno in parte il disagio, il malessere attribuito ai giovani non sia stato provocato o aggravato dalle restrizioni del biennio pandemico, sostenute con intransigenza, intolleranza, da molti di coloro che oggi si dicono preoccupati per il loro benessere e il loro futuro. Sta di fatto che gli adolescenti di oggi, dai 12-13 anni ai 19-20, sono stati segregati in casa per mesi, davanti ai display di pc e smartphone, proprio quando la loro età avrebbe richiesto il massimo di socialità e serenità.

Chi allora li chiudeva in casa e criminalizzava le manifestazioni, persino le più pacifiche, dovrebbe esercitare maggiore cautela oggi nel commentare le misure adottate dal governo Meloni, e un certo pudore a prendere le difese dei “ragazzi”.

Ma in Italia, si sa, soprattutto la politica soffre di convenienti vuoti di memoria. Come quello dell’ex capo della polizia, oggi aspirante federatore del centrosinistra, Franco Gabrielli, che critica il decreto parlando di «militarizzazione del territorio», tentativi di «rompere un argine fondamentale della nostra democrazia». Lo stesso Gabrielli che era sottosegretario alla Presidenza del Consiglio con delega alla sicurezza quando fu adottata dall’allora ministro dell’Interno Lamorgese la famigerata direttiva del 2021 che vietava le manifestazioni «no Green Pass», solo quelle, nei centri storici e nelle vie dello shopping il più pesante attacco al diritto di manifestare che si ricordi nella storia della Repubblica. Si trattò di una ulteriore torsione autoritaria, peraltro non giustificata, sproporzionata dal punto di vista sanitario dal momento che la fase più acuta era ormai alle spalle, in un periodo che aveva già visto travolti diversi “argini” a tutela delle libertà fondamentali dei cittadini.

Qualsiasi narrazione va bene alla sinistra pur di non guardare in faccia la realtà. Si inventerebbero asini che volano pur di non riconoscere l’evidenza di quanto avvenuto a Milano. Il disagio giovanile è la carta jolly che giustifica tutto il peggio, mentre le novità nel menu sono le guerre ibride, le interferenze russe. Basta evocarne il sospetto.

Fughe dalla realtà che non fanno un favore proprio ai giovani di cui ci si vorrebbe occupare. Il disagio, inteso come difficoltà nella gestione dell’emotività, conflittualità e senso di smarrimento, è connaturato all’adolescenza. E certo non mancano motivi di pessimismo. Ma se guardiamo ai ragazzi effettivamente scesi in piazza venerdì scorso, i numeri sono impietosi rispetto alla popolazione studentesca: 7 mila a Roma, 3 mila a Milano, 2500 a Bologna. Circa la metà il giorno successivo, sabato.

Le ricordiamo bene le mobilitazioni degli anni ’90 e 2000, quando venivano contestate le riforme dei ministri Iervolino, Berlinguer, Moratti e Gelmini. Niente di paragonabile. Insomma, qualunque fosse il “disagio” manifestato, sarebbe azzardato generalizzare. La stragrande maggioranza dei ragazzi non era in piazza a scontrarsi con la polizia o a saccheggiare negozi. C’era una esigua minoranza, collettivi e centri sociali, mossa da un odio cieco nei confronti del governo Meloni e delle forze dell’ordine, mossa dalla convinzione, coltivata da cattivi maestri, élite intellettuali e istituzioni culturali, che la nostra civiltà sia una sequenza di crimini disuguaglianze, sfruttamento, oppressione, razzismo.

Una minoranza ideologizzata che ha fornito la piattaforma, o meglio il pretesto ai cosiddetti maranza. Anche qui: comodo, consolatorio, ma falso, sostenere che seconde e terze generazioni non abbiano niente, nessuna opportunità e nessun futuro. Hanno istruzione gratuita, sanità gratuita, sussidi e agevolazioni a cui la maggior parte dei loro coetanei italiani non avranno mai accesso. Ciò che manca è invece una minima disponibilità a condividere un patrimonio comune di regole, valori, cultura, una minima lealtà verso la comunità in cui si è scelto di vivere. Ma li avete guardati bene i video dei saccheggiatori? Vestiti da capo a piedi con abiti di marca, sneakers Nike e iPhone d’ordinanza. Di quale povertà ed emarginazione stiamo parlando?

Semmai è proprio questo il problema: crescere con il mito di uno stato sociale che promette di tutto, finisce per alimentare aspettative irrealistiche che si scontrano poi con performance deludenti. Recuperate lo splendido monologo di Fabio Ferrari sul “dirittismo”. I diritti di cui molti giovani si riempiono la bocca per averli sentiti ripetere per anni da genitori, insegnanti, politici non sono che desideri che pretendono vengano esauditi a spese altrui. Non c’è un diritto ad abitare in centro, non c’è mai stato.

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