l’analisi di bisignani

Bisignani: manicomio a sinistra. E Meloni può approfittarne

Le primarie come rivisitazione di «Qualcuno volò sul nido del cuculo». Ma resta da capire tra i compagni chi siano i medici e chi i pazienti

Caro Direttore, il manicomio della sinistra è aperto. Le prossime primarie si annunciano come una rivisitazione di «Qualcuno volò sul nido del cuculo», ma resta da capire chi siano i medici e chi i pazienti. Giuseppe Conte si atteggia a professor Tersilli; Matteo Renzi, novello dottor Stranamore, denuncia il fuoco amico; Elly Schlein fa la caposala del nosocomio, come l’infermiera Ratched. La destinazione dichiarata è il Medical Center di Palazzo Chigi. Il consulto riguarda soprattutto chi debba impedire all’altro di arrivarci. Per il turno dei portantini, decine di candidati.

Il campo è largo, ma l’ingresso del pronto soccorso resta intasato. In astanteria, speranzosi, gli inutili Paolo Gentiloni ed Enrico Letta. I riformisti Guerini, Margiotta e Gori restano bloccati in fisioterapia: si preparano da anni al primo passo. Franceschini e Bettini sono i più lucidi del reparto: indicano la terapia; agli altri il compito di somministrarla. Ognuno ha i propri mutuati e custodisce la cartella clinica degli alleati. Accanto a Schlein almeno c’è Francesco Boccia, già visiting professor all’Università dell’Illinois a Chicago: uno che in cattedra c’è stato davvero. Il rettore emerito Mattarella osserva basito, con le mani nei capelli.

La Tac della coalizione restituisce un’immagine nitida: le ambizioni sono sane e robuste, ma l’intesa presenta qualche nodulo sospetto. Sul programma, invece, il referto della risonanza resta incerto. D’altronde, anche sul bugiardino di Chigi si leggono indicazioni contrastanti e una sola controindicazione condivisa: l’alleato. Per chi ha conosciuto da vicino Giulio Andreotti, lo spettacolo è familiare e ricorda la ferocia delle correnti Dc, destinata però a placarsi davanti all’unità del partito. I governi non inseguivano record di durata, si avvicendavano i ministri, ma restavano salde le intese su punti qualificanti come la politica estera.

A sinistra, nel reparto degli aspiranti premier, il massimo riconoscimento sembra essere la capacità di bloccare tutti. Il veto è diventato uno stetoscopio: ciascuno lo appoggia sul petto dell’alleato, sperando di sentire rantoli da insufficienza elettorale. I precedenti riempiono l’archivio clinico. Nel 1998 Fausto Bertinotti ritirò il sostegno a Romano Prodi e il governo cadde per un voto. Armando Cossutta scelse invece di sostenerlo.

Nel 2008 fu l’Udeur a far cadere il Prodi II. Nel 2013 il Professore ricevette un altro trattamento di famiglia. Candidato al Quirinale, si fermò a 395 voti, con i celebri 101 franchi tiratori. Applausi durante la visita, bisturi nell’urna. Da allora, quando a sinistra annunciano che il paziente gode di ottima salute, viene spontaneo cercare il telefono delle pompe funebri.

Conte, poi, conserva il referto del 2021, quando il ritiro delle ministre di Italia Viva aprì la crisi del suo secondo governo. Adesso lui e Renzi dovrebbero condividere la sala operatoria. Il primo vuole controllare il divaricatore, il secondo deve assicurarsi che la mano sia ferma.

Nel frattempo, i nuovi arrivi: Franco Gabrielli ed Ernesto Maria Ruffini con Più Uno, che sa di imbucati a una festa. L’ex capo della Polizia e l’ex direttore dell’Agenzia delle Entrate: il poliziotto e l’esattore, una sorta di Gianni e Pinotto della ricomposizione centrista. All’accettazione, chiedono esame del DNA e dichiarazione dei redditi. Il nome promette un’aggiunta. Resta da capire se di elettori o di primari.

Ruffini, appena indossato il camice, propone già un consulto inter pares e avverte che un terzo nome non può nascere prima di un accordo sulla cura. L’area moderata continua così a moltiplicare le targhette sullo stesso corridoio: Più Uno, Più Europa, Italia Viva, formazioni civiche e ambulatori convenzionati.

Clemente Mastella, instancabile medico condotto, si offre di riunire centri e centrini. Giudica una follia lasciare fuori Renzi e ricorda a tutti il peso dei territori. Mentre gli altri discutono di incompatibilità, lui conta i letti disponibili. Una specializzazione democristiana che sembrava estinta.

Sul territorio lavora anche Alessandro Onorato, il superassessore romano che, con Progetto Civico Italia, ha messo in piedi una poderosa macchina di amministratori locali. Gli altri delimitano il reparto, lui organizza chi i voti deve andarli a prendere. Se dal manicomio uscisse Roberto Gualtieri come candidato alla guida della coalizione, per Onorato potrebbe aprirsi la prospettiva di una candidatura a sindaco di Roma: un trasferimento da un reparto all’altro, dove però il caposala resta l’ultrà aquilotto Claudio Mancini.

Oggi c’è il superconsulto del Pd per la modifica dello Statuto: rinvio del congresso a dopo le Politiche e proroga del primariato di Schlein. La strana coppia di Avs, Bonelli e Fratoianni, presenta le sue priorità fondamentali per il destino dell’umanità; entro fine mese è atteso il tavolo dell’alleanza su programma e primarie: prima si prolunga la degenza, poi si concorda la cura. Sanità, scuola, salari, crisi ambientale, intelligenza artificiale, industria: nella cartella clinica compare finalmente anche il Paese. Poi comincia il giro degli specialisti. Salario minimo, fisco progressivo, transizione ecologica: ogni alleato aggiunge la propria prescrizione e nessuno osa cancellare quella precedente. Ne esce una ricetta lunghissima. Alla voce coperture, però, la grafia diventa improvvisamente quella incomprensibile dei medici.

Il termometro mette tutti d’accordo. Sull’energia la diagnosi è condivisa: le bollette sono troppo alte. È la terapia che, quando si apre l’armadietto dei medicinali, divide: tra impianti, infrastrutture e comitati contrari. Sul nucleare, poi, è una santabarbara di idee confuse: fusione calda, fredda o tiepida. Purché non si debba decidere dove mettere la centrale.

Nell’irresistibile documento unitario sulla Nato persino l’avverbio «radicalmente» diventa un trofeo. Conte rivendica il fronte contro il riarmo, i riformisti sottolineano la difesa europea. Stessa firma, posologie differenti.

Sull’Ucraina, però, il bollettino registra un miglioramento. Alla Camera il Pd si astiene sui passaggi dedicati a Kiev nelle risoluzioni di Avs e Cinque Stelle, che ricambiano sul testo dei dem. Prima si votavano contro, adesso si concedono il beneficio dell’astensione. Schlein parla di «un passo avanti», Fratoianni addirittura di un «passone». Cinque risoluzioni separate, ma finalmente senza strapparsi le flebo. Un tempo le convergenze erano parallele, adesso sono subordinate.

Al manicomio, intanto, la convention dei primari prosegue. E Giorgia? Crocerossina all’ultimo giro di reparto, specializzata ormai nel più matto di tutti, quello che sta a Washington, può permettersi di spegnere la luce. E prima di dormire pensa tra sé: «Pure i miei so’ matti. Ma almeno quanno je dico de fa’ squadra, nun me chiedono n’antro padiglione».

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