le indagini

Garlasco, l’ex vice dei Ris a Ore 14: “I pm volevano farmi dire una cosa...”

Un’intervista fatta di corsa, nel senso letterale della parola. L’inviato di “Ore 14”, il programma di Rai 2 condotto da Salvo Sottile, ha raggiunto Marco Pizzamiglio durante il footing e gli ha fatto le sue domande correndogli accanto. Pizzamiglio è stato vicecomandante del Ris di Parma all’epoca dell’omicidio di Chiara Poggi e oggi è tra le persone ascoltate nella nuova inchiesta della procura di Pavia sul delitto di Garlasco. Ne è uscito uno scambio breve, a tratti spezzato, che rischia comunque di aggiungere tensione a un caso che da mesi divide investigatori, consulenti ed ex appartenenti all’Arma.

Il tema era quello dei rapporti interni al Ris nelle prime settimane dell’indagine, nell’estate del 2007. Sentito dai magistrati pavesi nell’ambito del nuovo fascicolo che riguarda Andrea Sempio, Pizzamiglio aveva ricostruito le difficoltà organizzative di allora e i contrasti con l’allora comandante Luciano Garofano, che era in ferie nei giorni del delitto.

Quando il giornalista gli fa notare che Garofano avrebbe agito diversamente da lui e gli chiede se le sue dichiarazioni non fossero frutto di un’esposizione mediatica, Pizzamiglio risponde con la frase destinata a far discutere: “I magistrati volevano farmi dire una cosa che non era così”.

L’inviato insiste e gli chiede se a suo giudizio i pm avessero un’idea preconcetta. L’ex ufficiale conferma, ma subito attenua: “Sì, hanno fatto una domanda e io ho provato a rispondere. Magari ho sbagliato”. Alla domanda su una telefonata che Garofano gli avrebbe fatto dopo la sua audizione in procura, chiude il discorso: “Queste sono cose personali che non vi riguardano”. E a chi gli riferisce che l’ex comandante avrebbe parlato di invidia, replica asciutto: “È libero di credere in quello che vuole”.

Sul piano tecnico, Pizzamiglio sostiene che la discrepanza fra i primi esiti negativi degli accertamenti e i risultati successivi abbia “una spiegazione tecnica”. Per chiarirla, però, bisognerebbe ragionare documenti alla mano, e quei documenti, dice, oggi non sono più nelle sue disponibilità: “Queste carte non le abbiamo più”. Poi si congeda e riprende la corsa.In studio la parola è passata ad Antonio De Rensis, difensore di Alberto Stasi, condannato in via definitiva per l’omicidio della fidanzata. Sottile gli chiede se la procura di Pavia abbia avuto un approccio preconcetto. La risposta è netta: “Assolutamente no”.

Il legale spiega di non parlare con i magistrati pavesi da tempo, ma li definisce “persone che hanno una levatura morale altissima. Tutti e quattro”, cioè il procuratore capo, l’aggiunto e i due sostituti. “Io non credo che facciano dire cose”, aggiunge. “Io credo che fanno domande”.

Poi De Rensis allarga il discorso, precisando in modo esplicito che non si riferisce a Pizzamiglio. A suo dire capita che soggetti che “parlano molto bene in televisione”, ufficiali in pensione, davanti ai magistrati “non riescono a parlare”, si mostrano intimiditi e rispondono con molti “non ricordo”, e gli inquirenti “ne prendono atto”. La sua previsione è che i pm “continueranno a indagare”, sia sui faldoni del Ris sia sul fronte aperto a Brescia, che definisce “altrettanto importante”. Anche lì, ha ricordato, ex appartenenti all’Arma non avrebbero risposto alle domande dei pm bresciani.L’avvocato ha chiuso con una precisazione personale. Ha riferito che quel giorno, in un comando dei carabinieri, gli è stata notificata quella che ha chiamato “l’ennesima denuncia per diffamazione”, di cui non conosce l’autore e per la quale è competente la procura di Roma. “Con loro abbiamo parlato”, ha detto. “Sanno benissimo che noi amiamo l’Arma, sanno benissimo che non attacchiamo i Ris. Noi parliamo dei singoli”.

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