Li aspettavamo, anzi eravamo quasi in pena per il ritardo. Ci hanno messo un paio di giorni, ma alla fine hanno timbrato il cartellino, anzi hanno alzato la sbarra come un Telepass di sinistra quando c’è da dare via libera a chi procede contromano in autostrada.
Eccoli lì, Alessandro Orsini e Francesca Albanese, lesti a correre in soccorso di Youssef, il giovane «fenomeno» che predica martirio e jihad e che risulta accusato di aver organizzato un’azione di rivolta contro lo Stato, con finalità di caos e forse anche di terrorismo.
Presa la rincorsa, la Albanese non si è più fermata: ha aggiunto il rimpianto per il mancato bavaglio e per una mancata inchiesta (nientemeno) contro Il Tempo, Libero, Il Giornale e La Verità.
Chiaro, no? C’è uno che canta le lodi di Hamas, e i nostri eroi se la prendono con i giornali che lo raccontano. Mica con le testate dove il ragazzo scriveva (ops!), mica con l’istituto di ricerca che lo ospitava e lo accreditava. No, con noi.
Per quanto ci riguarda, questi attacchi sono medaglie al valore: qualificano noi per quello che siamo e loro per quello che sono. Unicuique suum, a ciascuno il suo.
Ma anche a sinistra, se qualche testa lucida è rimasta, si farebbe bene a riflettere. Può darsi che Youssef abbia agito in proprio, contando sull’omogeneità di pensiero dei luoghi che lo accoglievano. Può darsi. Ma può anche darsi e questo è il nostro timore che sia da tempo in atto, secondo le scelte strategiche dei Fratelli Musulmani, una capillare opera di infiltrazione e di influenza, della quale a sinistra sarebbero più oggetto che soggetto, più taxi che tassista, più strumento che guida.
Se l’hanno capito, è grave. Se non l’hanno ancora capito, è ancora peggio.
Perché il punto non è Youssef, che è solo l’ultimo arrivato. Il punto è il contesto, la rete di complicità intellettuali che trasformano ogni critica in «islamofobia» e ogni domanda in «razzismo». Si indignano per un articolo, non per le parole di chi celebra i massacri. Chiedono indagini sui giornali, non sui predicatori. E quando qualcuno osa dire che forse c’è un problema di infiltrazione, di chi usa i diritti occidentali per distruggere i medesimi diritti occidentali, allora scatta il riflesso pavloviano: attaccare noi, mica il nemico in casa.
Il Tempo continuerà a scrivere, a documentare, a non chiudere gli occhi. Gli altri facciano quello che credono.
