Durante la seconda giornata della Festa de Il Tempo, Luigi Bisignani ha parlato del suo affetto nei confronti del nostro giornale, dei suoi primi ricordi legati alla sede del quotidiano e perché la teoria del complotto sulla Lazio è priva di fondamento. “Quando avevo appena diciott’anni, la prima volta che ho messo piede in una redazione di giornale volendo poi fare il giornalista è stato proprio qui al Tempo - ha raccontato alla platea - Dietro c’era una stanza dove c’era Renato Angiolillo. Da quella stanza entrava e usciva un giovanissimo Gianni Letta. Questo per dire che il mio legame col Tempo è fortissimo”.
Poi Bisignani ha parlato della Lazio, ha rivelato com’è nata l’inchiesta giornalistica sulla squadra biancoceleste e perché la teoria del complotto è priva di fondamento. “Essere laziale è una cosa che uno sente forte nel cuore - ha detto alla platea - È un tratto di signorilità e noi ci sentiamo abbastanza unici. Un giorno i miei figli mi hanno detto: papà, la domenica la passi a scrivere di Trump, della Meloni e di Bergoglio. Fai un articolo su Lotito. All’inizio ho resistito anche perché di Lotito sono personalmente amico e gli voglio anche bene. Alla fine, però, l’articolo lo scrivo. Il titolo era: Lotito come Nerone che incendia Roma. E perché come Nerone? Perché Lotito parla sempre in latino. L’articolo scatena un inferno. E lui che fa? Si fa vivo attraverso un amico e mi dice: ci possiamo vedere a cena? Io gli dico: certamente, siamo amici. Ed ero convinto che, con la cena, avrebbe risposto all’articolo e la storia sarebbe finita lì. Alla fine, però, alla cena è lui che ha rinunciato. Nel frattempo il web è impazzito e questa storia è dilagata”. Bisignani poi risponde direttamente alla teoria del complotto. “Non conoscevo nessuno che volesse comprare la Lazio, anche perché con la mia laurea in Economia e Commercio so che, se uno ha già il 73%, nessuno può spingerlo a vendere. Vogliamo solo una squadra forte e che sia la Lazio. Questo vogliamo. Non avevamo nessun tipo di accordo con nessuno. Avevamo solo detto: ma un imprenditore o una grande famiglia oggi non può reggere da sola il peso di una squadra di Serie A. E l’ho detto anche sul palco nella famosa manifestazione dei 30mila del Flaminio: perché non facciamo come hanno fatto Percassi o Stirpe per fare grande la Lazio? Vogliamo solo ed esclusivamente la Lazio grande. E questa polemica così grande devo dire che, alla fine, ha aiutato il giornale. Abbiamo avuto un boom digitale. Ormai non si può camminare per Roma se non parlando della Lazio”.
