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7 ottobre, quei “però” che firmano l’ipocrisia

Già dall’8 ottobre c’è chi ha trasformato il massacro in un pretesto. Ma un errore da parte di Israele c’è stato: non aver fatto vedere immediatamente tutte le atrocità del pogrom subìto

Il 7 ottobre non è una data. È una ferita che non si chiude, e chi pretende di commemorarla a mezza voce, con le pinze della diplomazia e il vocabolario dell’equidistanza, sta già tradendo i morti. Quel giorno non è stato un «attacco», non è stato un «episodio», non è stato il solito capitolo di una guerra che gli editorialisti di sinistra raccontano da cinquant’anni come se fosse un malinteso immobiliare.

È stato un pogrom. E un pogrom, quando colpisce civili, ragazzi, bambini colpevoli soltanto di essere ebrei, non ferisce soltanto le vittime. Ferisce le coscienze. O dovrebbe.

Invece no. L’8 ottobre, dopo mezza giornata di solidarietà pelosa, mezza giornata di condoglianze recitate con la stessa voce con cui si legge un comunicato stampa, mezzo Occidente ha già cominciato a prendere le distanze. Non dai terroristi. Da Israele.

Ancora i corpi non erano stati tutti identificati, ancora le famiglie non sapevano se i loro figli fossero morti o nei tunnel, e già si ipotizzava la «reazione sproporzionata», già si misurava il diritto alla difesa con il bilancino del moralismo da salotto, già si preparava il terreno per la frase che da allora non ci ha più abbandonato: «certo, condanniamo Hamas, però...». Quel «però» è la vera firma dell’ipocrisia. È il modo in cui una parte della sinistra europea, e non solo, ha trasformato un massacro in un pretesto.

Da lì è stata una valanga. Non si tratta di condividere tutte le parole e tutte le azioni del governo Netanyahu. Non è un giuramento di fedeltà a un esecutivo, non è un atto di fede verso un uomo. È una questione di fondo, morale, umana, politica. Si sta con Israele o si sta con i terroristi. Tertium non datur.

Chi cerca la terza via non sta cercando la pace: sta cercando un alibi. Perché la terza via, dopo un pogrom, è sempre la via di chi non vuole scegliere, e non scegliere, di fronte a chi sgozza, stupra, brucia vivi e filma l’orrore per i social, significa già aver scelto.

E anche dopo, anche quando le macerie di Gaza sono diventate l’unica immagine ammessa nei telegiornali, come si fa a non mettere sul conto di Hamas anche le sofferenze dei palestinesi? Loro, usati come scudi umani dai loro stessi oppressori. Loro, tenuti nei tunnel mentre i capi di Hamas vivevano tra Doha e Istanbul. Loro, sacrificati con cinismo da chi ha calcolato ogni morto civile come un titolo di giornale, ogni bambino come un’arma di propaganda. Non è Israele ad aver inventato quella contabilità sporca. È Hamas ad averla massimizzata, sapendo che in Occidente c’era un pubblico già pronto a leggere soltanto una colonna del bilancio.

La sinistra che oggi piange Gaza e ieri taceva sui razzi sparati dalle scuole, sui depositi di armi negli ospedali, sui milioni di dollari di aiuti diventati cemento per i tunnel, non sta difendendo i palestinesi. Sta assolvendo chi li ha condannati.

Poi Israele ha commesso un errore grave, sia pure per rispetto delle vittime. Non ha fatto vedere subito, e per intero, le atrocità subite. Ha esitato, ha filtrato, ha pensato che la dignità dei morti contasse più della guerra delle immagini. In una civiltà che è civiltà visuale, in un mondo in cui esiste soltanto ciò che si vede e ciò che non si vede non raggiunge né le menti né i cuori, quell’esitazione è stata pagata cara. Tutti hanno visto Gaza. Pochi, e più tardi, e non completamente, hanno visto il 7 ottobre: i festival trasformati in mattatoi, le case bruciate con le famiglie dentro, i corpi trascinati per le strade, le ragazze violentate e poi esibite. La verità è arrivata in ritardo, e in ritardo è arrivata anche la vergogna di chi avrebbe dovuto sentirla per primo.

Ma ora non ci sono più scuse. Chi sfila con le bandiere di Hamas e di Hezbollah non sta protestando contro una politica. Sta sfilando per un progetto. Un progetto che non riguarda più soltanto Israele e gli ebrei. Riguarda noi. Riguarda la possibilità di vivere in una società in cui le donne non sono bottino, in cui gli omosessuali non vengono gettati dai tetti, in cui la critica non è blasfemia, in cui il dissenso non è tradimento. Chi grida «dal fiume al mare» nelle piazze europee non sta chiedendo uno Stato. Sta chiedendo la cancellazione di uno Stato, e con esso la cancellazione di un’idea: che si possa essere liberi, ebrei e vivi nello stesso tempo. E se quell’idea cade a Tel Aviv, non regge a Parigi, non regge a Roma, non regge a Berlino.

Il 7 ottobre ha messo in chiaro una cosa che molti fingevano di non sapere. Non è una guerra tra due popoli. È lo scontro tra chi vuole vivere e chi ha fatto della morte, propria e altrui, una teologia. Ricordare quel giorno senza dirlo è un’altra forma di omertà. E l’omertà, dopo un pogrom, non è neutralità. È complicità.

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