«Sparavano anche sui cadaveri, senza dire una parola, volevano solo essere sicuri di ucciderci tutti». Ma l’orrore più grande è stata la selezione degli infedeli. Paragonabile all’altro orrore: quello dei cadaveri avvolti nel lenzuolo arancione sulle scale del Radisson Blu Hotel. È stata una donna rilasciata dai terroristi scortata dalle forze speciali a raccontare che si è salvata perché ha dimostrato di «conoscere a memoria i versetti del Corano» ha raccontato, viatico per la libertà, ma soprattutto la vita. Una distinzione tra fedeli e infedeli che angoscia e terrorizza, «e che purtroppo un certo Islam applica alla lettera» ha commentato il leader della Lega Matteo Salvini, in diretta streaming sul sito www.dire.it. Gnama Leon, invece, è un tecnico del Togo, e un il collaboratore dell’imprenditore marchigiano di San Benedetto del Tronto, uno dei due italiani (l’altro è un collega con doppia nazionalità) ospiti al Radisson Blu assaltatato ieri mattina dagli islamisti. Lui è stato ferito ad una gamba ma si salverà. Ai microfoni del Tg3 racconta il massacro all’albergo di lusso, il più sicuro di Bamako, e di come sia riuscito a mettersi in salvo tra una selva di proiettili, in fuga insieme a un collega, con doppio passaporti, italiano e del Mali. Entrambi lavorano con l’imprendiotore marchigiano che aveva da poco lasciato l’hotel, dove sono morte 27 personeospiti. Leon era in camera quando sono esplosi i primi colpi. «Abbiamo sentito degli spari - racconta l’inizio dell’attacco Leon - mi sono affacciato fuori e abbiamo visto una macchina, sembrava venissero da lì, allora ho preso il cellulare per filmare le immagine ma l’auto non c’era già più. Solo dopo ho realizzato che era quella rubata con targa diplomatica su cui erano arrivati i terroristi e che avevano sparato a due guardie proprio dalla vettura». Dopo i primi colpi, si sentono le esplosioni delle granate lanciate dal commando. Da lì in poi è il racconto di un finimondo. «Ho afferrato le borse con gli attrezzi e sono scappato dalla stanza, volevo uscire ma non ce l’ho fatta - continua a raccontare concitatamente Leon - Con l’ascensore ho raggiunto il piano terra e mi sono infilato in cucina. Mi sono accasciato sotto un mobiletto per proteggermi, quando sono arrrivati i terroristi ero lì e ho visto tutto». Al contrario della notizia che ha fatto il giro del web, e cioè che i terroristi urlavano «Allahu Akbar», «dio è grande» Leon non li ha mai sentiti parlare. «Sparavano senza dire una parola - spiega chiaramente - anche sui morti» facendo chiaramente intendere che volevano essere certi che non fingessero. Lui accucciato sotto il primo riparo che ha trovato trattiene il respiro per non gridare. E appena i terroristi sono sicuri che non c’è più anima viva, la fuga. L’imprenditore marchigiano di San Benedetto del Tronto, Giovanni Cimini, 58 anni, titolare della Western Co, azienda che opera nel campo delle energie rinnovabili, invece si è salvato solo perché ha lasciato l’albergo poco prima che scoppiasse l’inferno. «C’ero anch’io al Ranissad Blu» racconta Cimini dopo essere atterrato all’aeroporto. La prima cosa che ha fatto è stato attaccarsi al cellulare per chiamare i suoi collaboratori: Maiga Abdouramane Silvestri, doppia cittadinanza, italiana e del Mali, e Gnama Leon, il tecnico del Togo che è rimasto ferito a una gamba e che ha raccontato le concitate prime fasi dell’attacco. «I loro telefonini squillavano ma non mi rispondevano. Ero terrorizzato all’idea che potesse essergli successo qualcossa di brutto. Poi finalmente mi hanno detto che erano salvi». Il commando ha preso di sorpresa tutti. «Non ce l’aspettavamo - continua a raccontare il nostro connazioanle - La sicurezza era al massimo, perché nell’albergo c’era anche il ministro degli esteri del Mali e molti diplomatici, nessuno avrebbe mai potuto immagire che da lì a poco sarebbe scoppiato l’inferno di fuoco, iniziato prima con le esplosioni delle granate e poi con gli spari. Noi eravano al Radisson perché il giorno prima, la mattina di giovedì, avevamo una conferenza e uno show room nel pomeriggio. Fino alla vigilia dell’attacco tutto sembrava tranquillo, almeno all’apparenza. L’albergo era quasi al completo, c’erano tanti francesi ma anche norvegesi, belgi, americani, danesi, erano tutti lì per lavoro. Credo che io e uno dei miei collaboratori con doppia cittadinanza fossimo gli unici italiani». Drammatica la testimonianza di due ostaggi fuggiti che raccontano di una «fuga» tra «gli spari e le grida», le grida di terrore degli ospiti e quelle degli jiaidsti che sparavano inneggiando «Allahu Akbar», «Dio è grande» tra le raffiche. Dekouba Bambino Diabate, un cantante guineiano rimasto intrappolato nell’albergo e che è riuscito a liberarsi, ha invece raccontato di aver sentito i terroristi parlare tra di loro in inglese. Ma forse si trattava delle teste di cuoio che hanno fatto ben due blitz per liberare gli ostaggi, 170, di cui una trentina personale dell’albergo.
Infedeli al banco di prova e la lista dei buoni da salvare
Un cittadino marchigiano: sparavano anche sui morti
