Esteri

Abbiamo pagato due riscatti per Scaravilli

Soldi finiti a jihadisti e al governo di Tripoli. Nuove indiscrezioni sul rilascio del medico catanese sequestrato il 6 gennaio scorso

L'Italia avrebbe pagato due riscatti per liberare Ignazio Scaravilli, il medico di origini catanesi rapito in Libia nel gennaio scorso. Il primo versamento sarebbe finito nelle casse del gruppo criminale legato agli jihadisti che lo deteneva e il secondo, invece, in quelle del governo non riconosciuto di Tripoli che su questa vicenda, come su quella degli altri quattro italiani ancora ostaggio dei rapitori nel paese, ha sempre svolto un ruolo ambiguo. L'indiscrezione arriva da ambienti vicini al governo che proprio sul rilascio dell’ortopedico, rapito il 6 gennaio scorso a Tripoli davanti all'ospedale di Dar al Wafa nella zona di Suq Talat e liberato dopo cinque mesi, ha sempre negato il pagamento di un riscatto. Dopo la notizia del suo rilascio, però, Scaravilli è rimasto in Libia ancora per circa una settimana. ll ritardo, secondo indiscrezioni trapelate in quei giorni, era da attribuire ad un braccio di ferro tra l'Italia e Tripoli che, in cambio della restituzione dell'ostaggio, avrebbe preteso il riconoscimento politico del governo, al pari di quello concesso a Tobruk. L'intelligence ha sempre smentito questa ipotesi sostenendo che la permanenza del medico fosse da attribuire a semplici formalità. Sulle cifre che sarebbero state versate, invece, non ci sono certezze. Questa vicenda si inserisce in un contesto più ampio e che riguarda i rapporti tra Italia e Libia, dove il nostro paese ha sempre assicurato di avere un ruolo importante, anche nelle trattative per la formazione di un governo di unità nazionale che, al momento, non ha ancora visto la luce. Di fatto, però, in sette mesi ( da gennaio a luglio 2015) nel paese nordafricano sono stati rapiti cinque italiani: Scaravilli e i quattro tecnici dell'azienda Bonatti di Parma presi nella zona di Mellitah, nei pressi del compound della Mellitah Oil Gas Company, di ritorno dalla Tunisia, su cui da mesi è calato il silenzio. I connazionali potrebbero trovarsi nelle mani di Ansar al Sharia, il gruppo salafita vicino all'Isis, che avrebbe operato con il supporto di «fratelli» tunisini. Anche in questo caso, però, non è escluso lo zampino di Tripoli che continua a fare pressioni sull'Italia per un riconoscimento formale del governo. Come se non bastasse il flop dell'inviato Onu, Bernardino Leon, che aveva il compito di portare a termine le trattative per la formazione di un governo si unità nazionale, non ha prodotto, come era auspicabile, la nomina di un italiano come suo successore. Ieri il segretario generale delle Nazioni Unite, Ban Ki-moon, ha nominato il diplomatico tedesco Martin Kobler nuovo inviato speciale per la crisi in Libia. Una brutta notizia per il nostro paese che nei lavori per la creazione di un accordo con le realtà che oggi compongono il paese dopo la caduta di Gheddafi, aveva puntato sulla mediazione con le tribù. La nomina di Kobler arriva a due giorni dalla scadenza ufficiale del mandato di Leon, che dovrebbe proseguire il suo lavoro anche nei giorni successivi al 6 novembre. Lo spagnolo, infatti, non vorrebbe lasciare l'incarico prima che venga firmato l'accordo sul governo di unità nazionale da lui proposto. La strada che porta a questo, però, è ancora in salita e il governo di Tripoli ha minacciato l'Europa: se Bruxelles non riconoscerà la sua legittimità, inonderà le sue coste di migranti.

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