A conclusione del Sinodo dei vescovi sulla famiglia Papa Francesco si è interrogato su cosa significherà per la Chiesa. È in fondo la domanda che si sono posti tutti quelli che, credenti o meno, hanno seguito i lavori dell’assemblea: fedeli, pastori, giornalisti. L’ultima parola spetterà al Pontefice. Gli stessi padri sinodali, alla fine della relazione, hanno chiesto la redazione di un documento magisteriale. E dunque sarà necessario aspettare quella che probabilmente sarà una nuova esortazione apostolica di Francesco. Ma intanto sono possibili alcune considerazioni. La prima riguarda la dottrina. Chi temeva spaccature tra i vescovi, paventando addirittura scismi, è stato ampiamente smentito. L’indissolubilità del matrimonio non si tocca. Così come non cambia l’atteggiamento di fronte alle persone omosessuali: vale quanto si legge nel catechismo, ovvero massima accoglienza e comprensione per le persone ma no alle nozze gay. In questo caso è prevalsa la linea soprattutto dei vescovi africani e dell’Est europeo (ma anche di molti italiani). Grande fermezza anche di fronte all’insidia della teoria gender. La seconda riguarda le famiglie cristiane che vivono la normale quotidianità: rispetto alle conclusioni dello scorso anno, sono molti e preziosi i punti che la valorizzano, la incoraggiano e la difendono, visto che sono anche la maggioranza. La terza tocca il metodo e le votazioni. Va sottolineato che rispetto allo scorso anno tutti i punti hanno ottenuto la maggioranza qualificata, anche se nel caso dei divorziati per un solo voto. Il confronto aperto chiesto dal Papa è stato serrato, fino alla fine. La dice lunga un aneddoto riportato dal quotidiano argentino La Nacion, secondo il quale il cardinale Sarah, leader dei cosiddetti «conservatori», prima della votazione, ha tentato una campagna «last minute» con la collaborazione di un altro cardinale di curia, il prefetto della Congregazione per i vescovi Ouellet, e l’arcivescovo di Toronto, Collins. Ma è un fatto che i «rigoristi» si sono dovuti inchinare alla mediazione proposta dal «circolo minore» di lingua tedesca, dove si sono confrontati teologi dei due fronti, a cominciare dai cardinali Kasper e Muller. E non va dimenticato, come ha detto il Papa, che il Sinodo non è un parlamento. E questo porta al tema che ha catturato l’attenzione dei media di tutto il mondo, la questione della comunione ai risposati. A ben vedere, anche in questo caso la dottrina non viene intaccata. Non c’è un’apertura generalizzata. C’è invece molto realismo, quasi una fotografia della situazione esistente. Già oggi non mancano i divorziati che si accostano alla comunione. Ma quanti sono i divorziati realmente interessati a comunicarsi? Per quanti di loro è una sofferenza non poter accedere ai sacramenti? Per queste persone, che non sono certamente scomunicate, si apre la possibilità di un percorso, che non necessariamente porterà alla comunione ma rende possibile, per esempio, fare i padrini o leggere le letture della Messa. Insomma, conduce a sentirsi comunque parte della Chiesa. Il rischio però è quello di una disparità di trattamento tra diocesi o parrocchie dove i sacerdoti sono più «aperti» e altre dove sono più «rigoristi». E c’è un altro capitolo che si apre: che differenza c’è, a questo punto, tra divorziati risposati e semplici conviventi? E non è un modo per «scardinare» il matrimonio cristiano? Sono i chiarimenti che si aspettano dal Papa. Decisioni tutt’altro che semplici.
Apertura ai divorziati Sconcerto e confusione
Si rischia disparità di trattamento tra i fedeli
