La temuta spaccatura dei vescovi al Sinodo sulla famiglia alla fine non c’è stata. I 94 punti del documento finale, approvato all’unanimità dai 10 membri della commissione incaricati di redigerlo, sono stati votati uno per uno dai padri e tutti hanno raggiunto la maggioranza qualificata dei due terzi, ovvero almeno 177 voti. Hanno partecipato 265 padri e moltissimi punti hanno ottenuto più del 90% dei consensi. Solo uno, il numero 85, è passato per il rotto della cuffia con 178 sì e 80 no. Quello precedente ha ottenuto 187 voti a favore e 72 contrari, quello successivo 190 voti favorevoli e 64 contrari. Sono gli unici che hanno ottenuto meno di 200 voti e sono quelli sulla situazione dei divorziati e delle unioni civili, in cui viene ribadita la necessità di «discernere», di valutare caso per caso. In particolare, il punto 85, che richiama il criterio del discernimento offerto da Giovanni Paolo II nella «Familiaris Consortio», afferma che «È compito dei presbiteri accompagnare le persone interessate sulla via del discernimento secondo l’insegnamento della Chiesa e gli orientamenti del Vescovo». E soprattutto che «pur sostenendo una norma generale, è necessario riconoscere che la responsabilità rispetto a determinate azioni o decisioni non è la medesima in tutti i casi. Il discernimento pastorale (...) deve farsi carico di queste situazioni». Quale può essere il rischio nascosto dietro questa formulazione? Una sorta di «federalismo», di disciplina «fai da te». Spetterà al Papa, al quale i padri hanno consegnato il documento chiedendo «umilmente che valuti l’opportunità di offrire un documento sulla famiglia, perché in essa, Chiesa domestica, risplenda sempre più Cristo, luce del mondo», l’ultima parola. Il Sinodo è concluso e ha riaffermato integralmente la dottrina sull’indissolubilità del matrimonio, sull’apertura alla vita, sul no alla contraccezione, all’eutanasia e all’accanimento terapeutico, all’aborto. Ma il cammino continua perché la sfida è affrontare le situazioni concrete e reali della vita delle persone. Dunque, «i battezzati che sono divorziati e risposati civilmente devono essere più integrati nelle comunità cristiane nei diversi modi possibili, evitando ogni occasione di scandalo. La logica dell’integrazione è la chiave del loro accompagnamento pastorale» (punto 84) pertanto «occorre discernere quali delle diverse forme di esclusione attualmente praticate in ambito liturgico, pastorale, educativo e istituzionale possano essere superate». Eccola la vera apertura nei confronti dei divorziati. Ai gay il documento del Sinodo riserva un solo paragrafo in cui si chiede che «si riservi una specifica attenzione anche all’accompagnamento delle famiglie in cui vivono persone con tendenza omosessuale. Circa i progetti di equiparazione al matrimonio delle unioni tra persone omosessuali, "non esiste fondamento alcuno per assimilare o stabilire analogie, neppure remote, tra le unioni omosessuali e il disegno di Dio sul matrimonio e la famiglia"» (p. 76). È stato l’arcivescovo di Vienna, card. Schoenborn, a spiegare in anticipo i contenuti del documento sui due temi più caldi: «Alcuni saranno delusi ma abbiamo constatato che il tema dell'omosessualità è stato toccato sotto l'aspetto della famiglia. Come gestire queste situazioni? Da cristiani. Questo è ciò che è rimasto nel documento. Molti hanno detto: il tema è troppo delicato. Questo non vuol dire che non sia tema della Chiesa ma nella sua universalità vanno rispettate le diversità culturali». Quanto alla comunione per i divorziati risposati, il porporato ha detto che la parola chiave per capire l’approccio dei padri sinodali è «discernimento. Invito tutti a pensare che non c’è solo il bianco o il nero. Un semplice sì o no. È importante discernere, cercare di capire quale è la situazione, nell'insieme il messaggio del sinodo è il grande sì alla famiglia».
Divorziati, si decide caso per caso
Apertura sulla Comunione ai risposati: vale il criterio del "discernimento". Maggioranza qualificata (per un voto) sul punto più spinoso del documento
