Esteri

Evasione show del re dei narcos

Joaquin Guzman, detto il piccolo, è scomparso sabato dal carcere in Messico. Il trafficante, come in un film, ha scavato un tunnel sotterraneo per dileguarsi

Il suo soprannome è «El Chapo», che in spagnolo significa «piccolo». Un nomignolo che ha origine nella parola «chaparro», cioè bassotto, e fa riferimento al suo metro e 65 scarso di altezza. Ma Joaquin Guzman Loera è piccolo solo di statura. In Messico, la sua patria, e negli Stati Uniti, che è il mercato principale dove viene spacciata la «sua» droga, è considerato il Lord dei narcos, il Principe dei trafficanti. Il suo patrimonio è valutato in un miliardo di dollari e la rivista Forbes l’ha inserito nella lista dei cento uomini più potenti del Pianeta, destinandogli la 41° posizione in «classifica». Ieri «El Chapo», arrestato per la seconda volta nel febbraio 2014, è evaso in modo rocambolesco da una prigione di massima sicurezza, forse corrompendo guardie e autorità, come già aveva fatto nel 2001. Ora è ricercato in tutto il Paese. Alla caccia all’uomo, che si sta allargando a macchia d’olio partendo dalla zona dell’evasione, partecipano 250 agenti, tutti i voli dell’aeroporto di Toluca, lo scalo vicino al penitenziario, sono stati sospesi e gli investigatori stanno ascoltando 18 guardie carcerarie per chiarire la dinamica della fuga e verificare se Guzman, che ha trovato la libertà passando da un tunnel, non abbia usufruito della loro complicità. LA FUGA Tutto è avvenuto sabato sera poco prima delle 21. Guzman era rinchiuso nella prigione «Altiplano», a circa novanta chilometri da Città del Messico, dove stava scontando una condanna a più di vent’anni per omicidio e, naturalmente, per traffico di stupefacenti. È stato visto l’ultima volta nella zona delle docce. Poi è scomparso, apparentemente nel nulla. Durante il controllo serale, le guardie hanno scoperto che la sua cella era desolatamente vuota. Ed è scattato l’allarme. «El Chapo», che dovrebbe essere nato il 25 dicembre 1957 a Badiraguato e avrebbe, quindi, 58 anni, è a capo del feroce e potentissimo Cartello di narcotrafficanti di Sinaloa, chiamato così dal nome dello Stato dove l’organizzazione ha le sue basi, ha usato un tunnel lungo quasi un chilometro e mezzo scavato pazientemente per mesi e dotato perfino di un impianto di ventilazione, che dai bagni l’ha condotto fino a un edificio in costruzione all’esterno del carcere. MITO DEL MALE Per i messicani, Guzman è un mito. Del male, ma sempre un mito. Protagonista di canzoni popolari, è riuscito ad evitare per anni gli agguati dei «cartelli» nemici e la cattura da parte della polizia, grazie alla «generosa» opera di corruzione di giudici, funzionari locali e agenti. Il re della droga può contare su molti rifugi sparsi nello Stato di Sinaloa, spesso collegati da una fitta rete di gallerie protette da porte d’acciao per rallentare gli inseguitori. Alcune erano utilizzate anche per gli «affari» della gang. Come quella venuta alla luce a Tijuana, lunga 443 metri, che attraversava il confine con gli Usa e serviva per far passare gli stupefacenti nel Paese vicino. Il 9 giugno del 1993 il suo primo arresto in Guatemala. A maggio Guzman era scampato ad un agguato che gli aveva teso l’organizzazione rivale, il «cartello di Tijuana» della famiglia Arellano Félix. Dietro le sbarre della prigione di Guadalajara restò fino al 2001, quando si dileguò nascosto in un cesto di biancheria da lavare, dopo aver pagato profumatamente le guardie carcerarie. LORD DEI NARCOS Da quel momento in avanti, «Shorty», come lo chiamano gli americani, consolida il suo potere e arriva addirittura a soppiantare i colombiani, diventando il principale «esportatore» di cocaina dalla Colombia agli Stati Uniti, che mettono sulla sua testa una taglia di cinque milioni di dollari. Il suo Cartello, secondo una stima, è responsabile del 25 per cento di tutto lo smercio di marijuana, coca e metanfetamine nella nazione di Barack Obama. Dal 2009 la rivista di economia e finanza «Forbes» lo ha inserito nella sua «World's Billionaires list», l’elenco degli uomini più ricchi del mondo. Un «atto dovuto», considerando che il suo patrimonio è di ben 900 milioni di euro, soldi sporchi di sangue, è vero, ma sempre tanti. Nel 2013 la commissione anticrimine di Chicago lo aveva dichiarato «nemico pubblico numero uno», una definizione coniata negli Anni Venti per l’italo-americano Al Capone. SECONDO ARRESTO Nei successivi cinque lustri, «El Chapo» ha continuato con successo a gestire il cartello di Sinaloa e a fare affari in totale impunità, probabilmente contando su protezioni «importanti». La notte tra il 21 e il 22 febbraio 2014, però, la sua fortuna finisce. Uomini delle forze di sicurezza messicane e agenti dei servizi statunitensi lo «pizzicano» mentre dorme in un albergo di Mazatlan, sulla costa pacifica del Paese. Il procuratore generale americano Eric Holder battezza l’arresto come un «risultato eccezionale» e una «vittoria per i cittadini del Messico e degli Stati Uniti». Il presidente messicano Enrique Peña Nieto esprime il suo ringraziamento con un tweet. In carica del dicembre 2012, Nieto ha fatto della battaglia ai narcos la sua bandiera. Da quando è al potere, molti boss della droga sono stati uccisi o finiti in cella. E gli Usa, da parte loro, hanno collaborato congelando i beni di Joaquin Guzman in America e arrestando il suocero Ines Coronel dodici mesi fa. Con la cattura di «shorty» pensavano di aver chiuso definitivamente la lunga saga del «barone dei narcotraficantes». Ora, con la sua fuga, dovranno ricominciare tutto da capo.

Commenti

I commenti non sono al momento disponibili e saranno ripristinati non appena possibile. Grazie per la pazienza.